Diamoci del tu

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fotoUn atto unico che si sviluppa in un crescendo di rivelazioni mette a fuoco il rapporto intercorso per 28 anni fra lo scrittore David Kilbride e la sua governante Lucy Hopperstaad. Autore di successo, forse in fase di crisi d’identità e stanchezza creativa, al saluto di commiato della donna risponde con un empito mai espresso fino a quel momento, distogliendo l’attenzione dalla lettura del giornale. La donna, abituata a un trentennio di laconicità comunicativa, dà con riluttanza risposte sincopate che stimolano la curiosità dell’uomo, che incalza con nuove domande.

Incuriosito, David propone di darsi del tu per abbattere le distanze. La quotidianità dei rituali si appalesa agli occhi dello spettatore, raccontata da Lucy, che il datore di lavoro ha sempre apostrofato come “signorina Hopperstaad” senza conoscerne il nome e la condizione anagrafica.

Adesso, improvvisamente interessato alla sua persona, le chiede se ha un marito, se la sua vita è stata allietata dagli affetti, quanti uomini ha frequentato, dove abita, con chi divide l’abitazione. Un fiume di parole, dopo anni di “buongiorno” e “buonasera” raramente inframmezzati dalle comunicazioni di servizio. Apprende che la donna ha acquistato una casa di discreto valore e si accorge di non sapere quale compenso le venga corrisposto, poiché ogni anno firma, senza esserne consapevole, un aumento salariale che tutela la donna da ogni rischio. Lucy si rivela essere colta e intelligente, capace di utilizzare un linguaggio ironico e perfino beffardo, che ha mutuato dai romanzi di spionaggio del padrone di casa di cui è lettrice compulsiva. Solo sugli amori è piuttosto reticente, poi, con l’aiuto di qualche bicchiere di vino e qualche sorso di whisky, ammette di essere innamorata da molti anni di un uomo col quale non ha mai convissuto, addirittura lui non se ne è mai accorto …

David presta scarso interesse alle pene d’amore, è curioso ma poco partecipativo, recrimina sull’entità del compenso che ritiene eccessivo; benché sia un uomo ricco, deve provvedere a tre mogli!

L’uomo ha prodotto ricchezza dalla sua formazione culturale, la donna lavora per vivere. Accudimento, passione, attenzione, coinvolgimento hanno per lunghi anni offerto supporto all’esistenza distratta ed egocentrica di un uomo che vive nella luce riflessa del successo dei suoi libri.

Adesso che le loro anime si sono incontrate, come procederà il ménage in quella ricca casa borghese?

Un uomo, una donna. Diversità di stato sociale, culturale, stile di vita, capacità empatica, predisposizione all’affettività, cura dell’altro e perfino di sé.

L’universo maschile è a breve raggio, tutto chiuso intorno al proprio fulcro; quello femminile è a raggio variabile, è aperto e permeabile.

Il testo del prolifico e pluripremiato drammaturgo canadese Norm Foster, scritto nel 2012, viene messo in scena da Emanuela Giordano con una regia attenta alla progressione del racconto e delle emozioni (nonostante qualche lentezza) e un occhio privilegiato all’animus femminile che trova piena espressione nella recitazione asciutta e caustica di Anna Galiena. Enzo Decaro è l’annoiato David, che nel finale tramuterà la curiosità in condivisione aprendosi all’ascolto di ciò che viene detto esplicitamente e, forse, anche di ciò che viene taciuto.

Per combattere la solitudine, infatti, bisogna essere in due.

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