Eugenio Allegri in “Edipus” di Testori

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Foto di Fondazione Orizzonte d'Arte
Foto di Fondazione Orizzonte d’Arte

Torna in scena un capolavoro del teatro contemporaneo, l’atto finale della Trilogia degli Scarrozzati, scritto da Giovanni Testori nel 1977. Il testo è magma vivo e non ci si stupisce che si veda tanto raramente sui palchi italiani. Si contano sulle dita di una mano le precedenti mise en scene e questa di Eugenio Allegri con la regia di Leo Muscato si inscriverà ugualmente tra quelle degne di nota. Seduto scompostamente su un fragile scranno, un capocomico si desta quasi svogliatamente all’apparizione del pubblico. È stanco, deluso, amareggiato. È solo sotto i riflettori. Gli altri attori della sua compagnia hanno scelto strade più facili: “L’attor vegio”, interprete di Laio, ha lasciato la poverissima ditta degli Scarrozzanti per andare a guadagnare qualche soldo in più facendo “el travestitico in d’una compagnia, de revistaroli e de cabarettisti!” e la prima attrice ha mollato tutto per andare a maritarsi “cont quel fabbrecante de Mobili” che può garantirle una più tranquillizzante vita borghese. Il teatro costa fatica e dedizione assoluta. Lo sa bene il Capocomico che si fa carico di tutta la rappresentazione perché lo spettacolo possa andare avanti. E lo sapeva bene Giovanni Testori che con questo testo lanciava un grido di dolore, consapevole del fatto che l’uomo è ormai talmente degenerato nella sua essenza da non essere più in grado di trarre dalla tragedia e dalla sua catarsi la possibilità del riscatto. Ma basta la volontà di un attore, una parrucca e qualche vestito di scena per ricreare la magia del teatro. Così fa Eugenio Allegri, sicuro e poderoso sotto i riflettori, pur avendo tra le mani un testo di così difficile interpretazione. Edipus non è scritto in italiano, bensì in “italicano”, un argot di italiano, padovano, latino, francesismi e scurrilità varie che ricordano i grammelot di Dario Fo. Con questa lingua che supera i confini di ognuna, l’attore racconta la tragedia di Sofocle, capovolgendone di fatto il senso complessivo: l’Edipo di Testori non subisce il Fato, è padrone delle sue azioni e lucido parricida. Il testo originale viene smontato e rimontato, citato e sbeffeggiato. Con un gioco metateatrale il Capocomico rivive nei panni di Laio, Giocasta ed Edipo tutte le sue frustrazioni; vita e teatro si mischiano, risate e amarezza si fondono. Proprio la complessità di questo testo rende faticosa la pur agile interpretazione di Allegri che padroneggia con maestria la lingua complessa e l’azione concitata, destreggiandosi tra i molteplici registri interpretativi che l’Edipus propone. Un occasione da non perdere per conoscere un’opera da troppo tempo dimenticata.

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