I giocatori

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Foto di Marzia Bertelli
Foto di Marzia Bertelli

produzione Teatri Uniti

in collaborazione con Onorevole Teatro Casertano | Institut Ramon Llull

di Pau Mirò

traduzione e regia Enrico Ianniello

con Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Marcello Romolo, Luciano Saltarelli

collaborazione artistica Simone Petrella

costumi Francesca Apostolico

suono Daghi Rondanini

direzione tecnica Lello Becchimanzi

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Da mercoledì 30 a domenica 3 aprile, all’interno della rassegna Teatri Uniti in Toscana, Enrico Ianniello mette in scena al Niccolini di Firenze I giocatori, il nuovo lavoro di Pau Mirò, trentanovenne autore di Barcellona, Premio Butaca 2012 come miglior testo in lingua catalana e Premio Ubu 2013 come miglior novità straniera. In scena un cast formidabile: Tony Laudadio, Marcello Romolo, Luciano Saltarelli e lo stesso Ianniello.

Quattro uomini – un barbiere, un becchino, un attore e un professore di matematica – condividono tragicomiche frustrazioni e fallimenti giocando a carte, in attesa di un ultimo estremo guizzo vitale. Siamo a Napoli, ma anche ovunque, in un vecchio appartamento in cui la regola è accettare gli insuccessi, propri e altrui, tanto ciò che conta è fare un’altra partita. Un concertato di poesia e ironia, con dialoghi perfetti, in una lingua teatrale che manda in estasi.

Quattro uomini si incontrano, in tempo di crisi, per mettere in gioco l’unico capitale che hanno a disposizione: la loro solitudine, la loro ironia, la loro incapacità di capire. I giocatori, al Teatro Niccolini di Firenze da mercoledì 30 marzo a domenica 3 aprile, è un testo dall’atmosfera pinteriana, in delicato equilibrio tra il riso e la tragedia. Messo in scena con successo a Barcellona con la regia del suo autore, Pau Mirò, al Teatre Lliure diretto da Lluís Pasqual, arriva ora nel capoluogo toscano nella traduzione e regia di Enrico Ianniello, all’interno della rassegna Teatri Uniti in Toscana: non una retrospettiva, non un tributo, non un omaggio, ma una convergenza che guarda in avanti ripassando con gli occhi quanto è stato, un ciclo di spettacoli, proiezioni e una mostra che la Fondazione Teatro della Toscana dedicata ai Teatri Uniti, la storica compagnia fondata nel 1987 da Mario Martone, Toni Servillo e Antonio Neiwiller. Insieme allo stesso Enrico Ianniello I giocatori sono Tony Laudadio, Marcello Romolo, Luciano Saltarelli.

Napoli e Barcellona ancora una volta vengono unite in teatro da Ianniello. Anche in questa occasione, come nella fortunatissima esperienza di Chiòve (riadattamento napoletano della messinscena catalana Plou a Barcelona di Pau Mirò trapiantata da Barcellona ai Quartieri Spagnoli, per la regia di Francesco Saponaro, e la traduzione sempre di Enrico Ianniello), I giocatori è ambientato a Napoli.

Ho ambientato la vicenda a Napoli”, spiega il traduttore, regista e interprete, “stavolta però si tratta di una collocazione esclusivamente linguistica, senza riferimenti geografici precisi. Questa assenza di un luogo definito mi pare una cifra fondamentale dei quattro personaggi raccontati da Pau Mirò: quattro uomini senza un’età dichiarata, senza nome, senza lavoro e senza un vero amore che li faccia bruciare di passione”.

In un vecchio appartamento, intorno a un tavolo, quattro uomini, un barbiere, un becchino, un attore e un professore di matematica, giocano a carte. L’appartamento è il rifugio dove il fallimento è la regola, non l’eccezione. I soldi sono spariti da tempo, come qualsiasi possibilità di successo personale. Ma proprio sul punto di toccare il fondo, i quattro decidono di rischiare il tutto per tutto: ‘rouge et noir’.

I giocatori dello spettacolo sono talmente falliti che non hanno neanche i soldi per la posta da giocare”, prosegue Ianniello, “è un tipo di fallimento metaforico perché sono esclusi dal gioco della vita. L’impostazione registica si concentra su alcuni elementi che ormai contraddistinguono quella che è la nostra scuola scenica, se così si può dire: gli attori in evidenza, una scenografia estremamente semplice e un bel testo. Il mio lavoro è stato quello di favorire al massimo una certa intimità scenica degli attori, in modo da riversarla con forza in platea”.

Un equilibrio tra testo e attori che rappresenta la cifra stilistica distintiva di una compagnia come Teatri Uniti.

A unirci è il desiderio di rappresentare dei testi puntando tutto sulla forza e la capacità dell’attore”, conclude Enrico Ianniello, “con un’attenzione estrema rivolta alla recitazione pura e senza inutili stravolgimenti. E il nome Teatri Uniti sta proprio a significare questo legame di anime, anche molto differenti tra loro, che crea un’intesa. Gioca a nostro favore il fatto di non aver voluto mai seguire le mode e allo stesso tempo di aver tenuto sempre le antenne ben dritte verso qualsiasi segnale di rinnovamento”.

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Intervista a Enrico Ianniello

di Angela Consagra da Teatri Uniti in Toscana

Nello spettacolo I giocatori è presente un’unione tra la lingua catalana e il napoletano…

Questa unione è nata già da tempo perché questo è il secondo spettacolo di Pau Mirò che traduco dal catalano in napoletano. L’esperienza precedente era stata Chiòve, dove già era stata trapiantata nei Quartieri Spagnoli di Napoli la messinscena catalana di Plou a Barcellona, un altro spettacolo di Pau Mirò. Frequento la Catalogna ormai da circa dodici anni e credo che ci sia una similarità tra questi due luoghi geografici apparentemente così distanti: sia Barcellona che Napoli si affacciano sul Mediterraneo, entrambe le città contengono dei quartieri più poveri o degradati proprio al centro, nel cuore della loro identità. Inoltre c’è un legame anche dal punto di vista strettamente linguistico: il napoletano è un dialetto potente, capace di catturare lo spettatore”.

Il gioco che conducono i quattro giocatori in scena è di tipo metaforico?

I giocatori dello spettacolo sono talmente falliti che non hanno neanche i soldi per la posta da giocare: non hanno niente, se non la loro solitudine da condividere. È un tipo di fallimento metaforico perché sono esclusi dal gioco della vita. L’impostazione registica si concentra su alcuni elementi che ormai contraddistinguono quella che è la nostra scuola scenica, se così si può dire: gli attori in evidenza, una scenografia estremamente semplice e un bel testo. Il mio lavoro è stato quello di favorire al massimo una certa intimità scenica degli attori, in modo da riversarla con forza in platea. Per esempio, noi attori in scena ad un certo punto ci prepariamo per davvero il caffè e tutto contribuisce a creare una singolare situazione di comunità. Sul palcoscenico rappresentiamo quattro classi sociali veramente diverse – un becchino, un barbiere, un attore, un professore di matematica – che si trovano in un momento di crisi e quello che li salva è l’unione”.

Ci sono dei tratti distintivi che possono dirsi tipici dei Teatri uniti?

Sicuramente, per quanto riguarda me e gli altri attori de I giocatori, ad unirci è una linea di lavoro che proviene da Toni Servillo e che nel corso del tempo abbiamo approfondito anche con Andrea Renzi: il desiderio di rappresentare dei testi puntando tutto sulla forza e la capacità dell’attore, con un’attenzione estrema rivolta alla recitazione pura e senza inutili stravolgimenti. E il nome Teatri Uniti sta proprio a significare questo legame di anime, anche molto differenti tra loro, che crea un’intesa. Nel corso del tempo fortunatamente siamo tutti cambiati, in qualche modo, e anzi mi sembra che la capacità di rimanere se stessi nel cambiamento sia una sfida assolutamente necessaria da accogliere. Gioca a nostro favore il fatto di non aver voluto mai seguire le mode e allo stesso tempo di aver tenuto sempre le antenne ben dritte verso qualsiasi segnale di rinnovamento, partendo dal profondo, dalle radici del sistema teatrale. È questo equilibrio tra forza e novità che crea la forza dei Teatri Uniti. Alla fine credo che l’intento dei Teatri Uniti sia quello di fare degli spettacoli che ci corrispondano, senza metterci sopra nessuna etichetta predefinita”.

Dopo tante e tante repliche, l’emozione non abbandona mai un attore che affronta il palcoscenico?

Nel nostro mestiere c’è il rischio della ripetitività, ma è proprio la tecnica dell’emozione che ti aiuta a scongiurarla. Giorno dopo giorno hai acquisito sicurezza e questo ti dà una carica maggiore di tranquillità mettendoti in una condizione di sfida: esigi sempre qualcosa di nuovo da te stesso, ogni sera stabilisci che il tuo limite sulla scena è più alto di quello precedente, senti che puoi osare e che il pubblico ti dà fiducia. Spesso, prima di entrare sul palcoscenico, stai dietro le quinte e senti come stanno andando gli altri attori sulla scena, ascolti le reazioni del pubblico, così misuri anche la tua intensità emotiva, calibri il tuo ingresso. Spesso, nell’attesa, mi ritrovo a provare il respiro per assecondarlo al ritmo degli attori che già stanno recitando. Oltre a prepararti tecnicamente, quel respiro ti allarga il cuore, la testa, e ti fa entrare nel mondo dell’illusione. Per me il rapporto con il pubblico è importante, anche se nel corso del tempo è cambiato molto. In passato desideravo essere accettato completamente, invece ho imparato che è bello anche non ‘regalarsi’ troppo. Bisogna instaurare una discussione con il pubblico e questo spesso significa regalare qualche silenzio in più… il pubblico è tutto. Se lo spettatore segue l’attore, affrontando insieme emozioni ogni volta più complicate, ecco che in questo modo si crea il teatro”.

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BIGLIETTI

Platea e I° ordine di palchi: intero € 15, ridotto € 13.

Palchi II° e III° ordine: intero € 12, ridotto € 10.

(Biglietti ridotti: over 60, under 26, soci UniCoop Firenze, abbonati Teatro della Toscana (Pergola/Teatro Era), possessori di PergolaCard, possessori di tessera SDIAF)

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BIGLIETTERIA

Teatro della Pergola, via della Pergola 30, 055.0763333 biglietteria@teatrodellapergola.com.

Orario: dal lunedì al sabato dalle 9.30 alle 18.30.

Online su www.boxol.it/TeatroDellaPergola/IT/?A=164122 e tramite la App del Teatro della Pergola.

Circuito regionale Boxoffice.

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