Il Barbiere di Siviglia

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Opera buffa di Gioachino Rossini su libretto di Cesare Sterbini, tratto dalla commedia omonima di Beaumarchais.

Troppa roba per Rossini già ricco di suo.

Distrazioni visive e privazioni uditive.

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fotoIn coproduzione col Teatro dell’Aquila di Fermo e il Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, il Teatro della Fortuna di Fano entra nei festeggiamenti dell’anno rossiniano mettendo in scena Il Barbiere di Siviglia.

Rodion Pogossov è un Figaro mobilissimo e versatile con l’ironia e l’aspetto del comico televisivo Ficarra, è un barbiere atletico che tiene la scena con grande padronanza del palcoscenico e gestisce in modo appropriato una voce baritonale estesa e flessibile, la dizione nei recitativi non è sempre chiara.

Il tenore Giulio Pelligra non ha le qualità né fisiche né vocali per impersonare il conte d’Almaviva: ha il timbro chiaro ma non è un tenore contraltino né un tenore di grazia, mette una certa cura nel porgere, ma spesso canta di fibra e di gola e non tiene gli acuti se non in qualche raro caso, fa le mezze voci ma non ha la fluidità rossiniana, la dizione è carente e la voce a volte non supera l’orchestra. Prova schiacciante di tale inadeguatezza: ha tagliato l’aria finale “Cessa di più resistere“.

Il basso Alessandro Spina è uno spilungone che veste bene la tonaca di Don Basilio, possiede voce estesa di bel colore scuro, ampia in acuto e morbida nella coloratura, ma “la Calunnia” richiede maggior spessore vocale ed incisività d’accento.

fotoBruno Praticò è una vera icona nel ruolo di Don Bartolo; la spontaneità del gesto e la padronanza del palcoscenico si affiancano ad una voce di baritono ferma e robusta, che si espande con sicurezza e si flette con facilità nel sillabato fitto, dove però la parola è incomprensibile.

Josè Maria Lo Monaco è una Rosina malvestita e monacale, ha voce pastosa di mezzosoprano, di bel colore brunito e di normale spessore, suoni pieni e densi in zona medio grave e belle espansioni in acuto, conosce la prassi esecutiva del canto di coloratura, riesce ad eseguire il canto veloce, ma nel farlo la voce diminuisce di volume.

fotoFelicia Bongiovanni è una Berta vamp che giunge a cavallo, il soprano ha un buon mezzo vocale con note gravi dense, acuti lanciati, fa variazioni in sovracuto, ma deve imparare a pronunciare il trigramma “gli” (moglie, non moje).

Daniele Terenzi (Fiorello, poi ufficiale) ha voce baritonale un po’ impastata.

Alberto Pancrazi, noto giornalista marchigiano, si è prestato per calarsi nei panni di un immobile e caratteristico Ambrogio dalla capigliatura schizzata.

Belli i concertati per il buon amalgama delle voci e dei suoni.

Brava e rispettosa della scrittura rossiniana la FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Matteo Beltrami, che dà giusti attacchi alle sezioni orchestrali, corretti gl’interventi del corno tanto amato da Rossini e da…me.

Fantastica per la levigatezza e la levità del suono nella Sinfonia e per la frizzante leggerezza nei concertati. Al fortepiano Elisa Cerri.

Il Coro del Teatro della Fortuna “M. Agostini” diretto da Mirca Rosciani, contribuisce alla resa sonora delle parti d’insieme ed è impegnato anche scenicamente.

fotoElementi scenici infantili e a volte inappropriati, video e proiezioni originali ma eccessive, costumi moderni, tutto progettato e realizzato dagli allievi dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino per l’allestimento del ROF di qualche anno fa.

La regia di Francesco Calcagnini è cervellotica e sovrabbondante con qualche illuminazione. Davide Riboli è l’assistente regista.

Quasi tutti entrano dalla platea dove si dilata l’azione scenica, Fiorello si mette a cantare tra la gente, addirittura tutta la prima scena coi cantori mascherati è schiacciata nel piccolo spazio tra la prima fila di platea e l’orchestra in semioscurità, Lindoro canta le due prime arie in piedi su uno sgabello a un palmo dalla faccia degli spettatori e poi sulla scaletta laterale, il balcone di Rosina è un palco di loggione da dove viene calato e tirato su un pallone, Figaro è seduto in platea, poi sale in palcoscenico e canta davanti ad un velatino opaco dove s’illuminano due porte per far comparire Rosina e Bartolo, mentre un foglietto sale e scende attaccato ad un filo, e dove vengono proiettati gli oggetti della bottega di Figaro; quando, dopo un insopportabile lungo periodo di chiusura, il velatino si alza, compaiono dei modellini raffiguranti sezioni di palchetti in miniatura, tipo costruzioni col lego, messi in ordine sparso (soluzione piuttosto infantile) e un maggiordomo strano costantemente seduto in silenzio, i protagonisti spesso si esibiscono su una passerella laterale che collega la platea al palcoscenico, on stage c’è un interminabile andirivieni di personaggi mascherati e camerieri che apparecchiano e sparecchiano (forse siamo a casa di Don Pasquale?), portano perfino una testa mozza di un cavallo (boh!), la “forza” è in abiti civili, durante l’aria di Barlolo “Freddo ed immobile” son tutti attorno ad un tavolo che infilzano spilloni su un cervello messo al centro, il finto maestro di musica sbuca da uno sportellino che si alza sulla piana del tavolo dove è seduto Bartolo e imbocca il vecchio, Bartolo disinfetta tutti, anche il pubblico, con la pompetta del ddt prima di fare la barba, Berta biondissima entra come una star in groppa ad un cavallo, mentre Rosina indossa sempre un misero e castigatissimo vestitino nero sì da sembrar lei la serva, confusione e azioni di disturbo. UFFA! Non se ne può più di queste regie arzigogolate e cervellotiche, che cercano i cavilli e non badano all’essenziale, ingigantiscono i particolari e mettono in scena troppe cose. Rossini non ha bisogno di essere arricchito, lui è già ricco di suo e di tanta bella musica che non va assolutamente disturbata. Sono invece originali le trovate per la lezione di musica col vecchio addormentato,  l’ingresso dalla platea di Don Basilio in portantina a forma di confessionale, il passaggio in platea e in palcoscenico di gente con l’ombrello e con la scala in una semiluce blu durante il temporale e la proiezione sui palchi di scritte e disegni in tema (un po’ troppe a dire il vero) per il trionfo della tecnologia. 

Il pubblico si è divertito, ma Rossini è Rossini e Il Barbiere è particolarmente accattivante.

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