“Il peccato erotico” di Cannavacciuolo

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fotoGennaro Cannavacciuolo emoziona, stupisce, diverte. Sempre.

Questo festoso excursus nel repertorio ammiccante e licenzioso della canzone napoletana tra il 1890 e il 1940 ripercorre cinquant’anni di teatro musicale, con l’accompagnamento di Marco Bucci al pianoforte, Andrea Tardioli al clarinetto e sax e Francesco Marquez al violoncello.

Si muove leggero, dotato di eleganza di tratto e portamento che gli consente di sfiorare con nonchalance i temi pruriginosi del teatro popolare fondato su doppi sensi e ammiccamenti, suscitando la risata complice di un pubblico variegato.

Un divertissement musicale, dal caffè concerto all’avanspettacolo, con i testi di autori celeberrimi e di quelli popolari della canzonetta sceneggiata, che l’artista interpreta indossando direttamente sul palcoscenico gli abiti di scena, anche quelli sontuosi dei personaggi femminili corredati di cappello e gioielli, truccandosi davanti allo specchio del camerino montato a vista in un angolo.

Inizia a cantare e mimare i brani sottolineando il profilo macchiettistico di “In riva al Po” di Ripp, con la comicità goliardicamente grossolana del caffè concerto il cui palcoscenico era luogo di esibizione di un repertorio libertino.

Con brio e maliziosa raffinatezza, Cannavacciuolo tesse il canovaccio del suo varietà col filo sottile di un erotismo d’antan attraverso la trama di giochi di parole e ambigui significati e l’ordito di aneddoti, canzoni d’autore e battute estemporanee con il pubblico. Con Armando Gill (pseudonimo di Michele Testa) si passa dalla scanzonata “E allora” alla nostalgica “Come pioveva”.

La tessitura dell’artista prosegue con il racconto della nascita del famoso Salone Margherita di Napoli, simbolo della Belle époque italiana, sulla scia del café-chantant parigino, nel quale alla fine dell’ ‘800 si affermarono i generi della “macchietta” e della “sciantosa napoletana”. Fu tale il successo che altri locali aprirono e diventarono così numerosi da instaurare un’agguerrita concorrenza con ulteriori attrattive. Nacquero così le “serate nere” con temi particolarmente piccanti che stimolavano l’immaginazione erotica, molto trasgressivi e non accessibili alle signore borghesi, diffuse soprattutto a Torino.

L’eclettismo di Cannavacciuolo gli consente di passare con scioltezza dal repertorio malizioso e brioso dell’avanspettacolo mimato con movenze ironiche alla canzone neomelodica e a quella d’autore: Marcello Marchesi, “Malafemmena” di Totò, “Lusingame” di Nino Taranto dedicata alla figlia.

I rapidi travestimenti lo proiettano in scena col vaporoso abbigliamento della Casta Susanna o con la giacchetta a quadrettoni e la paglietta (non tagliuzzata per evitare ulteriori tagli agli artisti!) di Nino Taranto, con una verve venata di sottile compiacimento, passando senza soluzione di continuità da un personaggio all’altro, da una canzone a una citazione, da un ricordo a una boutade rivolta al pubblico in platea a cui distribuisce cioccolatini, sforando continuamente la quarta parete.

Con questo artista raffinato e poliedrico, allievo di Pupella Maggio, l’eccesso si stempera nella risata ironica, mescolato al sentimento e allo scherzo, in un pout pourri dei brani di tradizione umoristica di Gill, Pisani-Cioffi, Riff, quali “Come son verboso”, “Casta Susanna”, “Fatte fa’ ‘a foto”, “Ciucculatina mia” e molti altri, sceneggiati con estrema versatilità.

L’artista napoletano flessuoso, espressivo e scenografico, attore comico, chansonnier maturo e fine dicitore, offre agli spettatori la sua cornucopia di piccoli peccati erotici con arguto buon gusto privo di pruderie e voyerismo. Un “Come eravamo e come ridevamo” un po’ demodé, lontano dalle odierne volgarità.

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