“La morte di Danton” di Georg Büchner

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Foto di Mario Spada
Foto di Mario Spada

con la traduzione di Anita Raja

Produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

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Fin dalle prime scene de “La morte di Danton” di Georg Büchner si nota la mano di Mario Martone e lo sviluppo scenico/drammaturgico conferma l’intervento intelligente quanto, a mio avviso “eccessivo” del regista. Mario Martone ha messo in scena un kolossal, molto cinematografico e, nel suo complesso, un po’ pletorico. Voglio dire che un taglio nella prima parte di scene di scarso valore aggiunto avrebbe reso più agile lo spettacolo che rimane, nonostante gli appunti qui espressi, di grande impatto sia per il contenuto (il testo) sia per la forma (la rappresentazione). Le invenzioni sceniche, da un punto di vista formale, sono a dir poco eccezionali. Martone riesce a sorprendere e coinvolgere il pubblico con attori che scendono in platea, rivolgono domande in forma retorica, chiedono l’elemosina, soldati in divisa d’antan e fucili con prigionieri invadono le corsie oppure un gruppo di attori gridano dal loggione i loro interventi a favore o contro Danton o Robespierre.La ricostruzione dei costumi, degli arredi. Non mancano parrucche, codini, coccarde, la plebe con i forconi che (ahimè la storia si ripete, non è sempre maestra di vita) si lascia manipolare dall’ultimo mangiafuoco di turno. Non manca infine la folla plaudente (les tricoteuses) al sinistro rumore metallico della ghigliottina.

La scenografia curata sempre da Martone rispecchia la grandiosità della messa in scena di crudo realismo che in certi momenti ricorda il quadro allegorico di Eugène Delacroix (la Marianne). Le scene sono bellissime e coerenti con l’eccessiva grandeur di cui s’è detto. Il gioco dei cinque sipari color rosso “sangue” permette di cambiare la scena (salotto, prigioni, piazza “tribunizia”, tribunale rivoluzionario, ghigliottina…) mentre continua il racconto nella parte prossima al proscenio. Anche le musiche hanno una funzione determinante. Non come commento, ma come azione..

Abbiamo parlato della forma, veniamo a parlare del contenuto.

Diamo la parola a personalità la cui voce rende ancillare, inutile la mia.

Buchner così definisce il proprio compito in una lettera alla famiglia del 1835. L’autore drammatico non è altro, ai miei occhi, che uno storico, ma sta al di sopra di quest’ultimo, perché egli ricrea per noi la storia una seconda volta: invece di fornirci un racconto secco e spoglio, ci introduce immediatamente nella vita di un’epoca, ci dà caratteri invece di caratteristiche, personaggi anziché descrizioni”.

Diamo ora la voce a Strehler. “La morte di Danton è forse uno dei più grandi esempi di come si possa fare della storia un’opera di poesia. Sia Danton che Robespierre sono «giocati dalla verità e dalla menzogna, in lotta con l’agguato del pensiero e soffocati da un’azione inevitabile, si trascinano paurosamente nel tempo e arrivano fino a noi con un violento sapore di contemporaneità.

Infine dice Mario Martone…nel testo sono nascosti i nervi scoperti della condizione umana”.

Il testo indaga l’ultima fase della Rivoluzione francese, il periodo del Terrore con l’antagonismo tra le due differenti idee di rivoluzione di Danton e di Robespierre, prima solidali e poi nemici La narrazione si svolge dunque seguendo il superamento della iniziale dimensione utopistica, illuminista del giacobinismo e dei moti rivoluzionari per sfociare nel grande scontro fra i due personaggi chiave, Danton, deciso a lottare contro la violenza del Terrore, sostiene che la rivoluzione deve diventare strumento per l’emancipazione del popolo e Robespierre che giudica invece necessario mantenere un potere dispotico teso a dominare il popolo affermando che “il governo della rivoluzione è il dispotismo della libertà contro la tirannia”. Danton per essersi opposto alle istituzioni rivoluzionarie e al Comitato di salute pubblica finirà condannato alla ghigliottina dopo un processo politico. Dopo solo tre mesi anche Robespierre perderà la testa (in senso letterale).

La narrazione, storicamente discutibile, è carica di tensione emotiva che la lunghezza della rappresentazione non detende anche grazie all’interpretazione sempre credibile di 30 valorosi attori che meritano tutti una menzione. Paolo Pierobon in grande spolvero nella veste di Robespierre, un bravissimo Giuseppe Battiston in quelle di Danton, un Fausto Cabra bravo nel ruolo del violento tribuno Saint-Just, il sempre grande Paolo Graziosi (Payne) e ancora Iaia Forte (moglie di Danton), Roberto De Francesco, Denis Fasolo, Roberto Zibetti, Giovanni Calcagno, Michelangelo Dalisi, Francesco Di Leva, Massimilino Speziani, Pietro Faiella, Gianluigi Fogacci, Ernesto Mahieux, Carmine Paternoster, Irene Petris, Mario Pirrello, Alfonso Santagata, Massimiliano Speziani, Luciana Zazzera, e con Matteo Baiardi, Vittorio Camarota, Christian Di Filippo, Claudia Gambino, Giusy Emanuela Iannone, Camilla Nigro, Gloria Restuccia, Marcello Spinetta, Beatrice Vecchione.

Grande bel lavoro fatto da Ursula Patzak che ha curato i costumi, funzionali le luci di Pasquale Mari.

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