“Pantani”: il Teatro delle Albe mette in scena la parabola di un uomo dei nostri tempi

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Foto di Claire Pasquier
Foto di Claire Pasquier

Ci sono uomini destinati a lasciare il segno nella storia, predestinati a compiere grandi azioni. Ci sono uomini che pagano il prezzo del loro talento. Ci sono uomini scomodi. Ci sono uomini che diventano capri espiatori per coprire il magma destinato a ribollire sotto un coperchio che non deve essere mai aperto, pena l’infamia, la congiura, la gogna pubblica. Ci sono uomini che pur avendo affrontato tante e dure lotte nella vita, non riescono a superare lo smarrimento di fronte alla diffamazione, all’ingiuria e così si lasciano andare e cadono vittime di se stessi e della propria immagine, riflessa nello specchio della società, che non riescono a infrangere, e lentamente cedono la loro vita.

E poi c’è un uomo che ingloba in sé tutte le caratteristiche qui elencate. Si chiama “Pantani”, nome che è anche il titolo dello spettacolo del Teatro delle Albe dedicato al grande ciclista romagnolo, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna e vincitore, nel 2013, del Premio Ubu. Tre ore e mezzo sembrano tante, eppure volano in un soffio e sono appena sufficienti per raccontare le gesta di Marco Pantani, uno sportivo autentico, nato per stare sulla bicicletta con cui è riuscito a vincere tutto ciò che si potesse vincere in questo ambito, maglia rosa al giro, maglia gialla al tour, e che tanto altro avrebbe vinto se la sua carriera, la sua reputazione e la vita stessa non gli fossero state strappate via rendendolo allo stesso tempo paladino e martire dei nostri tempi.

Marco Martinelli e Ermanna Montanari, dopo quasi tre anni di ricerche hanno costruito una pièce che restetiuisce liricità e poesia a una vita che, per le infinite peripezie che l’hanno contraddistinta, può benissimo essere paragonata a una tragedia antica. E gli autori seguono le tracce di questo percorso. Lo fanno attraverso l’uso del coro che puntellerà i momenti salienti del racconto. Lo fanno scegliendo la strada della consacrazione, dell’elegia funebre. Lo fanno dando corpo a molte delle persone che hanno gravitato, per amore o per odio, intorno a Pantani.

Uno sguardo ampio che parte dalla sfera intima, raccontata dalla madre Tinella (Ermanna Montanari) fiera con il suo abito rosso fuoco, pronta a giustiziare suo figlio e a ridargli la dignità che merita; dal padre (Luigi Dadina), orgoglioso di tutte le vittorie del figlio e dalla sorella Manola (Michela Marangoni), fino a coinvolgere i suoi amici storici, i primi allenatori, i compagni di squadra, dottori, politici e nemici (e citati da Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli, Fagio, Francesco Catacchio). La storia ha il respiro di una vita vissuta con fierezza e sincerità, una vita in cui la sfortuna ha sempre giocato un ruolo predominante ma, nonostante gli infortuni, gli incidenti, anche molto gravi, Pantani si è sempre rialzato e ha ricominciato a correre sul suo cavallo d’alluminio, leggero come una piuma, veloce come il vento. Fino ad arrivare a Madonna di Campiglio, nel 1999, a quel controllo dell’emocrito di dubbia attendibilità, che lo ha portato alla gogna mediatica e ad affrontare la discesa più dura della sua vita. Una discesa tragica e forsennata, fatta di droga, di amicizie sbagliate, di solitudine e arrendevolezza, dalla quale non è mai riuscito a risalire. La parabola di Marco Pantani, campione di ciclismo internazionale, messa in scena in questo spettacolo funge da archetipo e permette di tracciare anche il quadro di una nazione, l’Italia degli ultimi decenni, malata del delirio mediatico dove tutto si consuma dietro uno schermo televisivo, anche i sogni: “I sogni adesso/ non si sognano più/ li puoi trovare già pronti/ te li dà la tv”, annuncia il coro.

La scena è scarna e initima: un divano dove siedono i genitori e un piccolo tavolo con una calla, fiore simbolo di purezza e candore. Dall’altro lato del palco un leggio dove il giornalista Philippe Brunel, interpretato dall’attore italo-belga Francesco Mormino, autore del libro “Gli ultimi giorni di Marco Pantani”, cui il testo delle Albe è in parte ispirato, racconta i fatti per come si sono svolti, ponendo l’accento sulle numerose incongruenze che aleggiano sul caso Pantani, sulle presunte irregolarità nei controlli antidoping, sulle circostanze poco chiare che aleggiano sulla sua morte. Dietro di essi un grande schermo proietta le immagini della vita e delle vittorie del grande ciclista morto, in un albergo di Rimini, il 14 febbraio del 2004, a soli 34 anni.

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