Una tonnellata di soldi

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Foto di Paola Nicosia
Foto di Paola Nicosia

Scelte di regia non felicissime per Massimo Chiesa, ma… lunga vita al Teatro della Gioventù!

Un po’ di imbarazzo c’è questa volta. Lo ammetto. Il Teatro della Gioventù di Genova gestito da cinque anni da Massimo Chiesa e Eleonora D’Urso portando in scena commedie e farse molto apprezzate dal pubblico (“Siamo il secondo teatro in città attualmente dice Chiesa e una spettatrice gli domanda: “Posso dire che non ho mai perso uno dei vostri spettacoli in questi anni?”) è senz’altro una realtà felice dal punto di vista del pubblico che apprezza senza dubbio la scelta, unica nel vasto panorama teatrale genovese, di compagnia giovane che porta sul palco spettacoli di produzione che danno la possibilità, tra l’altro, contrariamente a quanto succede di norma in realtà diverse da Milano e Roma, di assistervi per un mese, un mese e mezzo e fino all’estate inoltrata. L’invito personale è perciò senz’altro quello di continuare a scegliere gli spettacoli di Chiesa e della D’Urso venendo anche incontro, in questo modo, a difficoltà di gestione notevoli, aumentate dall’alluvione dell’ottobre 2014. Difficoltà e problemi che non è questa certo la sede per trattare e approfondire.

Però, ripeto, questa volta a recensire ‘Una tonnellata di soldi’ andata in scena ieri sera e che continuerà fino al 24 marzo, un po’ di imbarazzo c’è. Lo spettacolo non convince appieno. Soprattutto le scelte di regia dello stesso Chiesa. Il testo è inglese, scritto nel 1912 da Evans e Valentine e pochissimo rappresentato in Italia da compagnie professioniste. Si tratta di una farsa che vede i coniugi Allington alle prese con la montagna di dollari che l’avvocato Chesterman sostiene giungerà presto a rimpinguare le loro esigue finanze cui aspirano innumerevoli creditori, una rendita vitalizia lasciata dal povero fratello di Aubrey Allington, venuto a mancare. Si scoprirà presto che il signor Allington non è l’unico possibile destinatario di questa eredità e diversi saranno i personaggi che entreranno in scena, anche grazie all’inventiva senza limiti della signora Allington, moglie di Aubrey, e del loro maggiordomo Sprules.

Qualcosa non va, dicevamo. I personaggi, forse a causa della volontà di Massimo Chiesa di inserire rimandi e omaggi alla comicità di importanti esponenti del teatro italiano e di altri testi, risultano troppo caricati nelle loro peculiarità. Spesso lo svilupparsi della trama invece di essere rinvigorita da inaspettati colpi di scena, risulta impoverita da gesti, posture, battute che anziché risultare esilaranti, ‘telefonano’ eccessivamente il susseguirsi dell’azione agli spettatori, con ripetizioni a volte anche ridondanti.

Questo non toglie nulla, naturalmente, alla capacità interpretativa dei giovani attori e alla ‘storicità’ teatrale di una figura come Massimo Chiesa. Semplicemente l’insieme non sembra così riuscito. Poco male, sarà per la prossima volta e soprattutto… lunga vita al Teatro della Gioventù (al di là di ciò che pensa la Regione Liguria)!

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