Eccelle l’étoile Abbagnato, cascata di applausi a Firenze per la sua “Carmen”

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Foto di Franco Lannino
Foto di Franco Lannino

Il 16 aprile al Teatro Verdi di Firenze è andata in scena la “Carmen”, balletto in due atti, dalla celebre opera di Mérimée e la coreografia e regia di Amedeo Amodio.

Le melodie sono ormai celeberrime, pure per l’orecchio blasfemo di un pubblico meno ferrato o documentato, (ma forse, ahimé, in questo caso più che la passione per l’opera ci sarebbe da ringraziare la Nokia per la decisione azzeccata di inserire tra le suonerie del fortunatissimo 3310, proprio una delle arie di quest’opera).

Regina indiscussa della scena è la leggiadra Eleonora Abbagnato, sicilianissima, dal 2015 impegnata nella direzione del corpo di ballo dell’Opera di Roma. È lei la protagonista; nei suoi movimenti soavi di farfalla, nei suoi nervi in tensione e nei muscoli scolpiti sono perfettamente camuffati il sacrificio e lo sforzo che segna la vita di una danzatrice del suo calibro.

La storia è la semplice storia di un amore che nasce, cresce e muore in cuori ardenti ed impetuosi.

Carmen, è un personaggio complesso: è civettuola e seducente nella voluttuosa habanera del primo atto (l’amour est un oiseau rebelle), funerea (nell’Aria delle Carte), fatale e spavalda, come un’eroina delle tragedie classiche, nell’epilogo finale quando sembra offrirsi al coltello di José.

La storia già di per sé è bellissima, con la musica di Bizet ricca di colore nei motivi pittoreschi e folcloristici, nelle danze popolari, nelle canzoni e nei ritmi dichiaratamente spagnoli, piena di impeto, di ardore, di contrasto fra i festosi motivi zingareschi e l’incalzare drammatico dell’azione, diventa un vero capolavoro, trascinante ed avvincente.

Il balletto inizia sorprendentemente con la fine dell’opera e la morte della protagonista. La regia dà alla platea stupita la possibilità di dare una sbirciata nel mondo del teatro: dietro le quinte le ballerine si cambiano, chiacchierano, i ballerini si allenano e scherzano tra loro, la scenografia minimal e mobile (mossa a braccio da tecnici ben visibili persino durante le esecuzioni più appassionate) permette l’alternanza di piani di osservazione, REALTÀ-DIETRO LE QUINTE / FINZIONE-PALCOSCENICO. Sullo sfondo la scenografia fissa, e la luce penetrante del caldo sole iberico che filtra continuo dalle vetrate dipinte.

Si effettuano sovente sapienti giochi d’ombre, i ballerini sono due sul palco, ma diventano in quattro, duettando con la loro immagine riflessa da un capace tecnico delle luci.

Quella di questo allestimento è una danza classica e contemporanea, dove le punte delle ballerine si alternano ai moderni piedi a martello e dove l’assolo di una danzatrice termina ben oltre la fine della musica, spesso i cambi d’abito sono effettuati in scena, mostrando una sfilata si corpi perfetti.

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