“Il Consiglio d’Egitto” da un romanzo di Sciascia

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Foto di Gianluigi Caruso
Foto di Gianluigi Caruso

L’avvincente romanzo del 1963 di Leonardo Sciascia contrappone due rivoluzioni nella Sicilia di fine ‘700, in cui il diritto potrebbe soppiantare l’arbitrio e un sistema ordinato di regole scalzare il feudalesimo baronale ed ecclesiastico dei privilegi, perfino mediante un’impostura storica, perché “c’è più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla. La storia non esiste”.

Tutto inizia nel dicembre 1782, quando Abdallah Mohamed ben Olman, ambasciatore del Marocco alla corte dei Borbone, naufraga sulla costa siciliana e viene accolto a Palermo dal viceré Domenico Caracciolo che lo affida a un frate maltese che ha fama di conoscere l’arabo, smorfiatore di numeri nei quartieri popolari dove i poveri confidano nella cabala.

Di un codice arabo che gli viene sottoposto l’ospite dichiara trattarsi di una vita di Maometto, ma il Vella ne traduce le parole definendola una preziosa raccolta di documenti relativi alla storia della Sicilia islamica, offrendosi di tradurla. Assistito dal frate Camilleri dedito agli appetiti carnali, mischia i fogli, modifica i caratteri arabi spacciandoli per mauro-siculi e crea la storia dei musulmani di Sicilia attraverso il fantomatico carteggio degli emiri con i principi arabi dell’Africa settentrionale. Il Codice di San Martino è trasformato nel Consiglio di Sicilia, del quale afferma che quando l’impostura sarà svelata resterà tuttavia la sua opera sulla Sicilia islamica.

Le idee del viceré Caracciolo, riformatore illuminato che vuole abolire i privilegi feudali nobiliari, gli suggeriscono la truffa magistrale con un fantomatico Codice, il Consiglio d’Egitto, contenente il carteggio fra i sultani egiziani e i principi normanni fondatori della monarchia siciliana, che conferisce tutti i beni al Regno di Napoli, al quale la nobiltà siciliana li usurpa.

Tale appoggio alla Corona gli fa ottenere la cattedra di arabo, il titolo di abate e altre prebende, mentre la nobiltà palermitana lo teme e lo blandisce.

Serpeggia il dubbio sull’autenticità dei codici, il governo invia un’ispezione, l’abate li fa sparire e cade ammalato, finché, per porre fine alla farsa o forse per potenziarla, afferma che il Consiglio d’Egitto è un falso scritto su carta acquistata a Palermo in quegli anni.

Parallelamente si svolge la vicenda dell’avvocato Francesco Paolo Di Blasi, illuminista di idee giacobine che vagheggia una repubblica siciliana sorta dall’abbattimento del potere abusivo dei privilegi feudali. Tradito da un parroco cui è rivelata in confessione la congiura, viene arrestato e decapitato il 30 maggio 1795. Sul patibolo cadono anche le illusioni su un mondo nuovo fondato sull’uguaglianza e illuminato dalla ragione, mentre l’abate Vella, davanti alle violenze inflitte all’amico, prende amaramente coscienza che “la tortura e la forca appartengono alla legge”.

Le idee giacobine, più pericolose delle falsità di Vella, non sovvertono l’ordine costituito, la storia ciclicamente si ripete dibattendosi tra verità e menzogna.

Nella messinscena i momenti comici scaturiti dal linguaggio e dalle situazioni si susseguono alle riflessioni amare sull’impossibilità di rovesciare prevaricazioni e abusi perpetrati da regimi oligarchici, ma anche presenti nelle democrazie nate dopo la Rivoluzione francese. La corda comica, sottolineando gli aspetti grotteschi, vira nella farsa bonaria grazie alla verve di Enrico Guarneri. L’inflessione palermitana di tutti i protagonisti, imparruccati e abbigliati coi costumi settecenteschi di Riccardo Cappello, dà un profilo regionale e contingente a una questione che è universale e attraversa i secoli.

Il regista Guglielmo Ferro afferma: “Il capolavoro di Sciascia è una sorta di grande allegoria nel quale prendono corpo i sentimenti estremi dell’isola e tornano gli antichi processi senza che cambi nulla. La morte indossa la maschera della vita e la vita quella della morte”.

La recitazione di Guarneri delinea un personaggio astuto e sagace, ben contornato dagli altri interpreti: Ileana Rigano, Francesca Ferro, Rosario Minardi, Vincenzo Volo, Rosario Marco Amato, Pietro Barbaro, Ciccio Abela, Gianni Fontanarosa, Antonello Capodici, Mario Fontanarosa.

L’impianto scenico di Salvo Manciagli ben raffigura l’intersecarsi dei diversi livelli di eventi con velatini che si illuminano e si oscurano, piani sopraelevati, divisori mobili.

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