Il nostro Enzo – Ricordando Jannacci

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fotocon voce e narrazione Moni Ovadia

al pianoforte Alessandro Nidi

produzione Promo Music

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Arriviamo presto in teatro, perché a Trieste la bora soffia forte stasera ed abbiamo preso un passaggio in auto. Entriamo ed abbiamo la piacevole sorpresa di vedere Moni Ovadia seduto sulla panca davanti al bar.

Il Teatro Miela è stato creato nel 1990 dalla Cooperativa BONAWENTURA che tuttora ne gestisce lo spazio e la programmazione. La struttura è suggestiva e ricorda atmosfere di vago sentore “alternativo” dove lamiere e panche erano testimoni e supporto di discorsi e progetti di ampio respiro “rivoluzionario”.

fotoMoni Ovadia ci accoglie con un largo sorriso e comincia a chiacchierare amabilmente con noi. Ci parla del suo rapporto con Trieste, di quanto sia legato a questa città, terra di frontiera, dalla storia importante come testimoniano i bellissimi palazzi monumentali che la fanno unica nel suo genere. È una città che ancora avverte l’influenza dell’impero e ne va orgogliosa.

Moni Ovadia ci parla dello spettacolo “IL NOSTRO ENZO – Ricordando Jannacci”, di come abbia deciso di intraprendere questo progetto, sollecitato dal Maestro Alessandro Nidi, eccellente musicista, compositore, direttore d’orchestra e pianista dal raffinato talento.

Enzo Jannacci, scomparso nel 2013, personaggio estroso, cantautore, musicista, cabarettista, ma anche medico, uno stimato cardiochirurgo. Tutti hanno ascoltato almeno qualche sua canzone, tutti ne hanno canticchiato qualche strofa, storpiandone le note. Chi non ha mai pronunciato la fatidica domanda a cui inevitabile segue la altrettanto famosissima risposta: Vengo anch’io? – No! Tu no! – E perché? – Perché no!!! – Tutti, almeno una volta hanno visto Enzo Jannacci in televisione e si sono domandati: “Ma ci fa o lo è?” dinanzi all’inesplicabile bizzarra interpretazione delle sue canzoni. Come si muoveva, come riusciva a comunicare ritmo ed allegria con le sue strane smorfie del volto e la modulazione atipica della voce, come guardava il mondo e come riusciva a trasmettere le sue emozioni!

Enzo Jannacci: o lo si amava o lo si snobbava!

Quale strana alchimia, dunque, ha mescolato i due personaggi: Moni Ovadia ed Enzo Jannacci?

Sembrano agli antipodi. Cosa dunque possono condividere? Cosa può unirli? Perché Moni Ovadia ha costruito uno spettacolo per portare in giro Enzo Jannacci e le sue canzoni, che sono autentiche poesie?

È lo stesso Moni Ovadia a raccontarlo, prima a noi, seduto sulla panca dinanzi al bar, e poi in scena a tutto il pubblico.

Il nostro punto d’incontro è Milano. Enzo Jannacci raccontava e cantava la Milano che io ho vissuto. Ma la stessa orgogliosa città, albergava nei suoi interstizi e nei suoi sottofondi, la povera gente, i disperati, i fuori di testa, gli esclusi, i sognatori senza voce, i terroni, gli abbandonati dall’amore e dalla vita, le puttane navi scuola da strada e da cinema. Di tutti questi poveri cristi, lui è stato il cantore assoluto. – Il bardo dei poveri cristi – Così lo definisce Moni Ovadia.

Moni Ovadia: una bella faccia alla Dostoevskij da giovane, con capelli (ormai candidi di un bianco mistico) lunghi e legati sotto al solito cappellino. Una sciarpa annodata a mo’ di cravatta, e una figura statuaria e morbida allo stesso tempo.

Moni (Salomone) Ovadia nato in Bulgaria da una famiglia di origine sefardita: il nonno funzionario delle ferrovie austroungariche decorato con la croce d’oro al valor civile, il padre Bohor, violinista e la madre Vittoria, cantante. Negli anni Sessanta, quando Moni è un ragazzino, la famiglia si trasferisce a Milano. Così l’ebreo e bulgaro Moni Ovadia diventa anche milanese. A Milano Moni frequenta la scuola ebrea e vive al quartiere popolare del Giambellino. Una fortuna, ricorda l’attore: “Dopo i compiti potevo giocare con i bambini in cortile e intanto a scuola incontravo persone che sarebbero state importanti per le mie scelte artistiche: il primo fu un professore che aveva una grandissima collezione di musica etnica.

E conosce e frequenta anche tutti quei personaggi della Milano che non conta, della povera gente che conserva barlumi di dignità, nonostante la miseria e la corsa per arrivare alla fine del mese, quella che sogna un vestitino nuovo per la bambina e un paio di scarpe per il figlio più grande.

Quando Jannacci fece la sua comparsa sulle scene della canzone e del cabaret, Milano era una metropoli industriale in pieno ed impetuoso sviluppo, dava lavoro, chiamava gli immigrati dalle periferie meridionali orientali ed isolane dello Stivale. Jannacci ne ha colto, incarnato e raccontato la storia, le emozioni, i sentimenti e la vita vera. Di quel popolo ha interpretato la malinconica, maleducata e balorda grazia, ha rivelato che la poesia dei luoghi, fiorisce nei gesti impropri e sgangherati degli ultimi fra gli ultimi, nella loro grandiosa lingua gaglioffa e sfacciata.

È stato in assoluto, a mio parere, il più originale poeta della canzone che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare e insieme un artista inarrivabile nel suo essere stralunato e surreale.

Enzo non era nato povero cristo, aveva fatto ottimi studi in ogni senso, ma quella condizione l’aveva incorporata con arte alchemica. L’aveva assunta nel volto fisso alla Buster Keaton, nei gesti liricamente scomposti, nel modo di suonare la chitarra tenuta bloccata sotto il mento, nella fibra e nel canto della lingua vernacola di cui esprimeva l’anima e di cui aveva trasferito l’umore triste e gagliardo anche nell’italiano. Tutta questa sapienza confluiva nella sua inimitabile voce sguaiata e sul crinale precario della sua intonazione che dava vita ad un capolavoro espressivo e stilistico.

È un fiume in piena Moni Ovadia e noi, incantati dal racconto della sua vita intrecciato alle storie della città rimarremmo ad ascoltarlo per ore, ma lo spettacolo sta per cominciare ed entriamo in sala, dopo avergli augurato “In bocca al lupo”.

E subito la sua voce riempie tutta la scena, mentre le note del pianoforte salgono ad avvolgere con spire di virtuosismo l’intera platea. Parla ed è una fonte inesauribile di informazioni. Ci sembra di vedere le vie della città, di conoscere quei personaggi, di vivere le loro storie, e dalla furia della guerra alla morte di una povera donna di vita, da …“è caduto giù l’Armando” alla “Veronica” e ancora “sei minuti all’alba” e ancora tante tante altre…

Bravissimo Alessandro Nidi che accompagna l’istrionico Moni Ovadia. Ma forse è più giusto dire che i due artisti si accompagnano insieme a raccontare la poetica del cantautore Enzo Jannacci.

Spettacolo da vedere e da ascoltare.

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