Modì. L’ultimo inverno di Amedeo Modigliani

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Foto di Laila Pozzo
Foto di Laila Pozzo

Scritto e musicato da Gipo Gurrado

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L’errore da evitare quando si va a teatro è decidere sulla base del titolo dell’opera. Leggo che al Teatro Leonardo è in programma “Modì”, uno dei miei pittori preferiti di cui ho recensito una mostra qualche anno fa a Lugano di cui riporto alcuni brani.

Lo scenario è la “vie bohéme” della Parigi dei primi decenni del novecento. Modigliani è l’esempio più rappresentativo di quel vivere da “artista maledetto” – tra i fumi dell’alcool e le allucinazioni della droga – che ha connotato quel momento artistico e ha consumato la sua breve esistenza. Una vita, già minata dalla tubercolosi fin dall’adolescenza, che ha saputo raggiungere alte vette stilistiche attraverso una ricerca creativa profonda. Un artista visionario, originale, trasgressivo, irregolare sempre alle prese con mille difficoltà economiche che mai avrebbe immaginato che una sua opera (Nu couché  tela del 1917) sarebbe stata battuta per 170 milioni di dollari, com’è recentemente successo alla Sotheby’s di New York. Giunto a Parigi nel 1906, poco più che ventenne, dopo le prime esperienze artistiche all’insegna dei Macchiaioli, si cimenta in una breve ma intensa esperienza di scultore. Sono gli anni della sua amicizia con Brancusi.

Modigliani non copia i tratti somatici del volto ma ne cerca l’essenza. Dietro il foglio di un suo schizzo è stata trovata questa frase: “Ciò che vado cercando non è la realtà né l’irrealtà, bensì il subconscio, il mistero di ciò che vi è di istintivo nel genere umano. Questo è il suo credo artistico. La stilizzazione formale dei suoi ritratti ne enfatizza la spiritualità; le linee dei volti, spesso esili e allungati, li smaterializzano; gli occhi vuoti, di un azzurro profondo, rimandano alla dimensione dell’interiorità. Sono opere vibranti le tele che ritraggono i suoi amici artisti: Picasso, Laurens, Soutine, Cocteau e il suo mercante d’arte e amico carissimo, Léopold Zborowski.

La donna più importante della sua vita è stata Jeanne Hebuterne che gli ha dato una figlia e si è tolta la vita il giorno dopo la morte di Amedeo (aveva 35 anni); era incinta di otto mesi. Negli ultimi anni l’artista la ritrae sempre più esile ed eterea, con i vuoti occhi persi in una profonda malinconia, quasi un richiamo al suo autoritratto. Forse la premonizione dell’ultimo atto della loro vicenda umana”.

Potete dunque immaginare il mio sconcerto quando, entrato in teatro, vengo sopraffatto da una musica jazz di quegli anni suonata dal vivo da una piccola (valorosissima) band ed un gruppo di attori che fra i fumi dell’alcol si intrattengono con giovani donne e modelle in una soffitta bohemienne di Montparnasse cuore pulsante della vita culturale parigina. All’inizio si poteva pensare che l’uno e trino Gipo Gurrado (autore del testo e delle musiche e pure regista) avesse ridotto il testo al genere “musical”, ma il nostro si è esibito in un’operazione più sofisticata utilizzando non cantanti, ma attori che cantano. La differenza è notevole perché l’attore modula la voce al di là degli schemi melodici (altezza, tonalità, accento, pausa,) è coerente al testo con l’aiuto delle doti attorali quali la mimica, le posture, la gestualità.

Nel gruppo ci sono personaggi famosi, Utrillo, il mercante d’arte e amico carissimo di Amedeo Léopold Zborowski, Kiki l’amante/assistente/cantante dell’amico Man Ray che la fotografa con le spalle e la schiena nuda stampandole a contatto, le “effe” della viola, strumento d’amore. Man Ray, con smisurato senso estetico ha utilizzato la bellezza, la più ovvia e logora delle bellezze, come strumento di scardinamento della coscienza. Molto indovinato l’intervento della madre e della zia di Amedeo che da Livorno, conoscendone lo stato di salute lo supplicano di ritornare a casa. Non tutti i quadretti di vita nei quali si sviluppa l’ultimo inverno di Modi sono coerenti e consequenziali, ma lo spettacolo (lo dice uno scettico) lascia il segno. Commovente il finale anche se troppo insistito. Le note struggenti del violoncello (stupendamente suonato da Saverio Gliozzi) rendono ancillare il valore della parola.

Meritano un caloroso applauso tutti gli attori/cantanti: Enrico Ballardini, Federica Bognetti, Giulia D’Imperio, Davide Gorla, Lucia Invernizzi, Chiara Muscato, Ilaria Pastore, Daniele Turconi.

Bravissimi i musicisti Francesco Saverio Gliozzi (violoncello), Gipo Gurrado (chitarra), Mell Morcone (pianoforte), Mauro Sansone (batteria).
Scene e costumi
Vittoria Papaleo, Maria De Marco, Stefania Coretti; movimenti scenici Lia Courrier, audio Gabriele Simoni, luci Monica Gorla.

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