Arancia meccanica

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Foto di Francesco Squeglia
Foto di Francesco Squeglia

L’universo mentale di Alex va in scena nella riduzione teatrale, operata dallo stesso Anthony Burgess nel 1990 per la Royal Shakespeare Company, del suo romanzo Arancia meccanica, scritto nel 1962, trasposto nel 1971 da Stanley Kubrick in un film cult. Il regista Gabriele Russo dichiara di essere rimasto sorpreso e coinvolto dall’autonoma drammaturgia dell’adattamento elaborato dall’autore, che aveva previsto anche canzoni in versi corredate di libretto e spartito.

Per la musica, co-protagonista e fonte di ispirazione dei crimini di Alex, è stato naturale, sostiene ancora il regista, affidare la colonna sonora ad un musicista originale e anticonformista quale è Marco Castoldi, in arte Morgan, in grado di assecondare con ritmi dirompenti le farneticazioni oniriche del protagonista.

Il romanzo distopico forse più emblematico e più noto nel suo genere, che fotografa gli incubi e le ossessioni ultraviolente della banda di Drughi e la mostruosità di una società che controlla le menti e le indottrina orientandole verso il “pensiero unico”, scuote anche la nostra consapevolezza attraverso una messinscena che mima ed esaspera le violenze perpetrate dalla gang verso innocui individui e che a sua volta lo Stato esercita su Alex manipolandone il cervello.

La regia di Russo è spiazzante fin dall’avvio assordante e irruento, con Alex che incita gli amici Dim e Georgie immersi nell’oscurità. Seguono le scene dei Drughi che succhiano il lattepiù che scorre lungo le pareti del Korava Milk Bar e i successivi episodi, secondo le tappe di un’escalation di brutalità, alla quale si sostituisce la repressione mentale del trattamento Ludovico cui viene sottoposto dopo l’arresto. Durante questo esperimento rieducativo che gli rende stomachevole tutto ciò che prima lo eccitava, Alex si solleva dal letto d’ospedale librandosi in aria, simbolica rappresentazione del distacco dalla sua coscienza aggressiva e malvagia, fino a sparire. Scarcerato e brutalizzato dagli ex complici e dalle vittime, tornerà ad esercitare la sua malvagità caratteriale per supportare il disegno repressivo del sistema.

Il libero arbitrio può generare violenza, l’imposizione dell’ordine costituito può derivare da una sopraffazione imposta scientificamente, ammonisce Burgess, poiché la cattiveria è insita nella natura umana.

La vicenda, più che sul testo spesso incomprensibile per l’abbondante uso dello slang nei dialoghi, si impone attraverso le immagini, le luci, i suoni, le musiche, in un amalgama che il regista dirige come una partitura. La traduzione curata insieme a Tommaso Spinelli ha mantenuto il Nadsat, il linguaggio dei Drughi inventato da Burgess, uno slang inglese con influenze russe, del quale viene fornito un glossario per districarsi tra gulliver, millicente, moloko, devotchka, bratty, bog e tutti i vocaboli che ininterrottamente il capobanda rivolge ai compagni di scorribande, mentre realizzano misfatti che generano loro feroce godimento.

Le scene cupe di Roberto Crea e le musiche potenti di Morgan forgiano un effetto che potenzia e dilata gli effetti visionari dei tre teppisti che agiscono sotto l’effetto delle droghe assunte con il latte, il cui potere è pubblicizzato dall’insegna luminosa “Il latte te lo do io” sormontata da un occhio incastonato in un triangolo, come l’occhio di colui che tutto vede.

Le scenografie, vere installazioni mobili di arte contemporanea, svolgono un ruolo fondamentale nella rappresentazione dei crimini della gang, contenitori dell’esplosione di una malvagità che rimane circoscritta al loro interno. La scena dello stupro al rallentatore nella casa-parallelepipedo dello scrittore è un capolavoro di rappresentazione scenica che si imprime nella memoria.

Musiche, costumi (Chiara Aversano), luci (Salvatore Palladino), scenografie sono i sintagmi di un linguaggio teatrale che sinergicamente contribuiscono a ricreare il senso del dramma e della violenza incontenibile che Alex immagina, realizza e subisce.

Potente, inquietante, esplosivo, un coacervo di potenza scenica e creativa nelle immagini esteticamente icastiche e nelle musiche strutturalmente deformate nella rilettura rock di Beethoven. Sostiene Morgan: “ho sempre amato la deformazione della musica classica. Ludovico Van, rispetto a quello che rappresenta Alex, simboleggia la forza e la dirompenza della violenza sonora! Le mie musiche iniziano riferendosi all’originale, poi si deformano e trascendono, diventando il suo delirio di Beethoven”.

Daniele Russo, fratello del regista, è bravissimo nel ruolo irrefrenabile e allucinato di Alex, che richiede anche una buona dose di energia fisica. Bravi tutti gli altri attori, che interpretano vari ruoli: Sebastiano Gavasso, Alessio Piazza, Alfredo Angelini, Martina Galletta, Paola Sambo, Bruno Tramice.

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