Battlefield

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fotoPeter Brook è tornato in Italia, al Teatro dell’Aquila di Fermo, in prima nazionale, con Battlefield.

Trent’anni dopo il debutto di “Mahabharata”, la monumentale opera di nove ore, andata in scena al Festival d’Avignone, Brook torna all’omonimo poema epico indiano, per trarne un’opera inedita, che distilla in circa un’ora l’essenza del poema e l’essenza dell’uomo, riuscendo a toccarne profondamente l’animo.

Le radici lontane, magiche ed evocative dell’epica, sono restituite in un’opera elegante e suggestiva, che, come un dono, non può non essere accolta con riconoscenza.

Scritto da Jean-Claude Carrière, ed adattato Marie-Hélène, Battlefield, campo di battaglia, ripropone la storia di una grande guerra di sterminio, una guerra lacerante per la famiglia dei Bharata, che ha in seno i capi delle due fazioni contrapposte. Da una parte sono schierati cinque fratelli, i Pandava, dall’altra i loro cugini, i Kaurava, i cento figli del Re cieco Dhritarashtra. Il conflitto diventa ben presto una vera e propria devastazione. Infine prevalgono i Pandava, il più anziano dei quali, Yudishtira, deve salire al trono con il peso di una vittoria macchiata dal sapore amaro della distruzione. Il vecchio re Dhritarashtra, che ha appena perso tutti i suoi figli, e il nuovo re, suo nipote Yudishtira, condividono lo stesso dolore, lo stesso bruciante rimorso, eppure devono affrontare la realtà e assumersene la responsabilità.

Essenziale è la parola che più di ogni altra si avvicina al senso e alle sensazioni dell’opera che, se pur così coincisa e minimale, è densa e ficcante.

Essenziale e minimale è la scena, ricoperta di teli rossi e arancioni, caldi come il sangue, che vengono illuminati sapientemente dal light designer Philippe Vialatte.

Essenziale e catartica è la presenza di Toshi Tsuchitori che, con le sue percussioni ancestrali, detta il ritmo, come il battito della vita.

Essenziale e magistrale è l’interpretazione dei quattro attori, la raffinata Carole Karemera, l’intenso Jared McNeill, l’eccezionale Ery Nzaramba e l’appassionato Sean O’Callaghan, che danno corpo con esattezza ed empatia alla narrazione.

Essenziale e assoluto è ciò che Brook vuol dirci con questa storia di guerra fratricida che guarda con un occhio al presente storico, e con l’altro all’eterna condizione umana che ha in sé la contraddizione. In ogni conflitto il vincitore è un perdente innanzi alla devastazione portata dalla guerra, e ogni devastazione va affrontata, attraversata e ricordata, se si vuol percorrere il cammino verso la pace.

Battlefield è epifanico.

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