“Carmen” di Amedeo Amodio con Eleonora Abbagnato

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Foto di Rolando Paolo Guerzoni

LA CARMEN DI ELEONORA

Una Eleonora bella, brava e convincente quella che è apparsa in Carmen al Teatro Verdi di Firenze. Il celebre balletto tratto dal racconto di Propser Merimée, e musicato da George Bizet, ora riproposto nella versione che Amedeo Amodio creò nel 1995 per Aterballetto. Una rivisitazione che affianca quelle storiche di Roland Petit del 1949 e di Alberto Alonso del 1967 e si somma ad altre apparse negli anni fra cui quella di Mats Ek o di Matthew Bourne, fino all’ultima di Davide Bombana del 2014.

Più volte ripresa nei più prestigiosi teatri del mondo questa Carmen di Amodio ha visto il debutto di Eleonora nel ruolo della celeberrima e irresistibile sigaraia al Teatro Massimo di Palermo nel 2014 e da lì farne un suo cavallo di battaglia nell’allestimento produttivo affidato alla Daniele Cipriani Entertainmet.

Non nuova ad indossare le vesti di Carmen, basti pensare che l’Abbagnato nel 2013 fu nominata étoile dell’Opéra di Parigi alla fine di una rappresentazione della Carmen di Petit, questa volta la ballerina palermitana e direttrice del Corpo di Ballo dell’Opera di Roma si cimenta in un’ulteriore interpretazione di questa figura femminile dalla carismatica personalità. Non quella sanguigna di Alonso, non quella sensuale di Petit, non quella folklorica di Bombana, ma quella onirica e visionaria di Amodio che sceglie una lettura metateatrale per mettere in luce come i sentimenti suscitati dalla conturbante vicenda di Merimée vadano oltre la messinscena e restino vive in coloro che l’hanno realizzata.

Un “metaballetto” quello di Amodio che ‘a cornice’ inizia e finisce con la morte di Carmen dietro ad velario e davanti a Don José e in cui le ultime note dell’opera di Bizet con lo smontaggio delle scene consentono ai protagonisti e agli addetti alla mise en oeuvre di rivivere il dramma in un’atmosfera irreale eppure profondamente umana per la forza delle passioni che si sono scatenate. Passioni che come “furie” anguicrinite travolgono tutti, compresi gli spettatori sollecitati dalle musiche, rivisitate da interventi e adattamenti di Giuseppe Calì, e colpiti dalle geometriche scene e dai morbidi costumi di color rosso e foggia spagnola di Luisa Spinatelli.

In questa Carmen di Amodio quello che conta non è tanto la fabula e neppure l’intreccio, quanto dare corpo all’amore, all’odio, alla gelosia, alla disperazione, in un turbinio di emozioni di cui Carmen, padrona assoluta della scena, tiene le fila nei due atti.

Scene corali, duetti e assoli diventano così i ‘moduli’ attraverso i quali Amodio rilegge il balletto e il linguaggio moderno e neoclassico accentua i passaggi emotivi nel continuo fluire del dettato coreografico.

Giorgia Calenda è una Micaela intensa, specie nel suo disperato assolo; Valerio Polverarai è un convincente ufficiale come convincenti sono il sestetto delle sigaraie e quello dei militari. Alexandre Gasse, Don José, appare in tutta la sua elegante imponenza, mentre Giacomo Luci è un Escamillo fascinoso, entrambi travolti nei passi a due dal potere incantatorio di Eleonora-Carmen. L’Abbagnato si conferma una danzatrice dalle indubbie doti tecniche ma quello che emerge nella resa di questa Carmen sono le doti interpretative che ricordano quelle già mostrate nella Dame aux camélias di John Neumeier. Eleonora fa rivivere l’eroina di Bizet dando tutta se stessa nelle scene d’amore con Don José ed Escamillo ma anche mostrando l’inafferrabilità dell’anima di Carmen. Uno spirito volitivo, spontaneo, sfrontato, che si placherà solo con la morte liberatoria e salvifica, sottolineata dall’abito bianco che apre e chiude uno spettacolo accolto con applausi convinti e un’ovazione speciale per la bionda Eleonora.

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