La vita non è un film di Doris Day

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Foto di Fabio Mercanti
Foto di Fabio Mercanti

Simpatica, divertente, amabile e ben riuscita pièce – scritta negli anni ’90 da Mino Bellei (Savona 1936) cui il regista Claudio Bellanti rende omaggio come emblema di una drammaturgia italiana raffinata e capace di mettere in luce con pennellate delicate e ironiche i profondi e complessi problemi dell’esistere – che sotto l’apparenza di una commediola leggera scava questioni di grande attualità in una società come l’attuale in cui la durata media della vita si innalza in modo tale che molti giovani, credendosi eternamente tali e avviliti dalla difficile temperie economica, pensano di risolvere i propri problemi “rottamando” le fasce più anziane… compresi forse anche gli animali domestici e perfino le tradizioni… simbolo di arcaismo…

Rottamare” costa… e riduce drasticamente la varietà sociale: non sarebbe forse meglio abbandonare l’ironico sprezzo bidirezionale quindi ‘rimpallabile’ dagli anziani ai giovani (prossimi anziani) e ricostruire un’equilibrata rete sociale? Il grande problema per tutti è sempre la solitudine che potrebbe essere ovviata se a casa non ci aspettasse solo un micetto o un cagnolino, animali che comunque soffrono le stesse problematiche, ma anche un anziano diminuendo così le solitudini di tutti.

Senso d’isolamento che per gli umani diventa più cocente e doloroso durante le festività martellati come sono da adescanti e gaudenti pubblicità: la nostra commedia è ambientata proprio nel giorno di Natale in una località a una trentina di chilometri da Roma in cui si riuniscono tre care amiche di 68 anni insieme dai banchi delle elementari, occasione per farsi gli auguri e vivere gioiosamente le Feste in nome di un’antica amicizia consolidata e rinsaldata anche se i destini delle tre donne hanno preso strade diverse.

Neanche per sogno, dietro l’apparente scontro caratteriale si celano altre verità mai emerse con tanta chiarezza: caduti i veli del perbenismo e dell’amore per il quieto vivere – esplicitato dalla ricorrente raccomandazione reciproca di avere pazienza con l’amica assente – si disvelano con fresca, dissacrante e provocatoria energia egoismi, meschinità e gelosie che radicano nella giovinezza, se non nell’infanzia, e sono cresciuti in modo esponenziale negli anni.

Se i destini sono stati diversi e due delle protagoniste sono diventate madri, più forte ora è la palese indifferenza dei figli assolutamente inesistenti salvo che nel cercare di liberarsi della zavorra di genitori non più utili: una solitudine lacerante che nulla ha di diverso da quella di colei che si autoconvince di essere privilegiata per essere rimasta sola, autonoma, libera, indipendente e senza i problemi creati da una simile prole… ma inacidita per ciò che sotto sotto ha invidiato alle amiche.

E se in giovane età la solitudine è nascosta da lavoro, conoscenti… con il passare degli anni si palesa nella sua sconcertante desolazione aggravata spesso da problemi economici e di salute determinati dal non avere più corpo e psiche in forma smagliante. Insomma un quadro di grande melanconia, pur velato da fine e garbato umorismo, che rispecchia con assoluta fedeltà una realtà più diffusa di quanto non si creda e spesso sconosciuta.

Veramente brave Paola Gassman che impersona in modo convincente Augusta, la più acida e la più ‘sicura’ delle tre amiche come dimostra attraverso un linguaggio che non è ‘spinto’, come sottolineano le altre, ma semplicemente astioso e sferzante per la grande sofferenza interiore, Mirella Mazzeranghi nei panni della tenera e parsimoniosa Angelina cui non sono stati sufficienti marito, figli e una madre anziana e fagocitatrice per maturare e Paola Roman (che ha sostituito Lydia Biondi) nelle vesti di Amalia, ex attrice e cantante ed ex bella, che si illude di essere ancora coccolata e riverita immersa com’è nell’aura del passato, in realtà avvilita da un figlio che la trascura e se ne vuole liberare e da problemi economici e logistici…

Tre donne, tre personalità, tre storie: riusciranno le nostre eroine a trovare consolazione almeno in una vera amicizia dopo tanti tiri mancini? Riuscirà per loro la vita a essere come “Un film di Doris Day” in virtù di un’autentica solidarietà?

Agli spettatori – che non potranno certo lamentarsi della qualità della pièce – cercare la risposta.

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