L’Aida dell’Arena nella sua edizione storica del 1913

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Foto di Ennevi
Foto di Ennevi

Ci sono esperienze che, almeno una volta nella vita, tutti dovremmo fare. Tra queste, senza dubbio, si annovera l’assistere alla versione storica di Aida all’Arena di Verona: con le sue scenografie sontuose e incredibilmente aderenti a quell’antica architettura, con le sue numerosissime comparse, i suoi costumi faraonici e con il miracolo di quel suono che, pur a distanze così grandi e all’aperto, arriva all’orecchio incredibilmente vicino. Si tratta di una magia riprodotta da più di un secolo, che non smette di affascinare migliaia di persone ad ogni stagione e che speriamo potrà continuare ad incantare ancora tante generazioni.

Purtroppo però, tolto questo elemento di “contorno” (che comunque non è poco, sia chiaro) la prima di sabato non ha risposto del tutto alle aspettative degli spettatori più disincantati.

Vorremmo dire che la causa sia stata il nubifragio abbattutosi sulla città poco prima dell’inizio della rappresentazione: una grandinata che ha distrutto parte della scenografia, mettendo a dura prova la professionalità di tutte le maestranze, comunque pronte a risolvere il problema, tanto che – pur con un’ora di ritardo – hanno concesso ai cantanti di esibirsi su un palco rattoppato, ma comunque magnifico.

Difficilmente però si può attribuire agli eventi atmosferici la direzione del maestro Julian Kovatchev che potremmo definire “raffinatamente scolastica” ma poco adatta al contesto, tanto da essere decisamente fuori luogo di fronte ad un pubblico che batteva le mani a tempo durante la marcia trionfale. Una lettura più adatta ad un piccolo teatro che agli spazi dell’Arena, dove la potenza della musica di Verdi deve sopperire alla mancata percezione delle sfumature più lievi, così ben evidenziate dal maestro soprattutto nelle arie con i solisti, ma difficilmente apprezzabili nell’anfiteatro gremito di un colorato e rumoroso pubblico.

La regia, affidata a Gianfranco de Bosio, ci è sembrata invece troppo didascalica e decisamente antiquata. Le entrate e le uscite di coro e comparse, disposte geometricamente ai lati del palco, e i cantanti fermi al centro della scena con le braccia tese sono geometrie che nel 2016 fanno quasi sorridere. Certo, è stata chiara la volontà di rispettare fino in fondo questa rappresentazione storica, che risale al 1913, ma forse qualche aggiustamento in favore di uno stile più contemporaneo, magari con qualche accenno di recitazione in più, non avrebbe probabilmente guastato.

Sulle coreografie di Susanna Egri risulta molto difficile esprimersi, perché davvero non si è capito cosa stesse facendo sul palco il corpo di ballo, tanto i ballerini mancavano di qualsiasi coordinamento. Peccato, perché gli spazi e lo spartito avrebbero consentito cose decisamente più interessanti.

Una nota decisamente positiva è stata invece la splendida voce di Hui He, che ha interpretato un’Aida ricca di sfumature e sentimento, anche se non priva di imperfezioni nell’intonazione. Una voce ricca di chiaroscuri e godibile in tutti i fraseggi, con tessiture eleganti nei fiati di tutte le tonalità. Godibilissima la sua O patria mia, enfatizzata con trasporto da fuori classe in tutte le contraddizioni e i moti interiori della principessa etiope.

Yusif Eyazov ha invece adagiato la sua voce potente sulla regia ingessata, rendendo il suo Radamès un guerriero privo di qualsiasi sentimento e drammaticità, sia nelle movenze che nella vocalità, dimostrando intonazione ma ben poca abilità nel restituire la complessità dello spartito dedicato al guerriero innamorato. Anche la Amneris di Ildikò Komlòsi purtroppo si è avvicinata molto a quella del collega, con una potenza vocale svettante, ma nessuno slancio interpretativo.

Il Re di Carlo Cigni è stato perfettamente altisonante, come il personaggio richiede, così come il Ramfis di Safal Siwek e l’Amonasro di Ambrogio Maestri, una voce impeccabile, calda e armoniosa per un’interpretazione perfettamente riuscita. Ottima anche la prova del coro, preparato da Vito Lombardi.

Come già accennato un plauso particolare va a Giuseppe De Filippi Venezia, direttore degli allestimenti scenici, e a tutte le maestranze dell’Arena, che hanno saputo a tempo di record riparare ai disastri meteorologici che hanno danneggiato la scenografia e messo alla prova la pazienza del pubblico, disposto ordinatamente in lunghissime file fuori dai cancelli.

Successo pieno e scrosci finali per tutti, all’interno di un’Arena gremita ed entusiasta, tanto da interrompere spesso durante l’esecuzione, senza dare al maestro il tempo di abbassare la bacchetta. Ma anche questo aspetto è in fondo parte della magia dell’Arena, dove le regole ferree dei teatri scompaiono di fronte ad un pubblico eterogeneamente variegato e la bellezza dell’opera si apre a tutti, come è giusto che sia.

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Aida

Opera in 4 atti. Libretto di Antonio Ghislanzoni

Musica di Giuseppe Verdi

Regia di Gianfranco de Bosio

Coreografia Susanna Egri

 

Personaggi e interpreti

Il Re: Carlo Cigni

Amneris: Ildikò Komlòsi

Aida: Hui He

Radamès: Yusuf Eyazov

Ramfis: Rafal Siwek

Amonasro: Ambrogio Maestri

Un messaggero: Antonello Ceron

Sacerdotessa: Alice Marini

Primi ballerini: Amaya Ugarteche, Alessia Giacometti, Evghenij Kurtusev, Antonio Russo

Orchestra, coro, corpo di ballo e tecnici dell’Arena di Verona

Maestro del coro: Vito Lombardi

Coordinatore del corpo di ballo: Gaetano Petrosino

Direttore allestimenti scenici: Giuseppe De Filippi Venezia

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