L’immarcescibile danza di Twyla Tharp

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Foto di Ruven Afanador
Foto di Ruven Afanador

Bastano solo “three dances” di Twyla Tharp per rivivere le elettrizzanti atmosfere degli anni Ottanta e constatare che il genio creativo non ha età ed è capace di risvegliare quella speciale joie de vivre e quel piacere ‘democratico’ di ballare, che sono l’essenza stessa della danza.

Trittico inaugurale della ventisettesima edizione del Florence Dance Festival e presentato con successo in prima nazionale al Teatro Verdi di Firenze, lo spettacolo riporta la grande coreografa americana e il suo gruppo in Italia dopo più di venticinque anni. Un’occasione per riscoprire lo stile e il linguaggio di un’artista che ha saputo mischiare danza classica, moderna, pop, jazz, passare con disinvoltura dalla coreografia pura, al cinema, al musical – sue le coreografie del mitico Hair – vincere numerosi premi e firmare creazioni per il New York City Ballet, il Joffrey Ballet, l’Opéra di Parigi, il Royal Ballet, l’American Ballet Theatre, la Martha Graham Dance Company. Solo per citarne alcuni.

Figlia dei suoi tempi – la Tharp è del 1941 – Twyla ha studiato con Martha Graham e Merce Cunningham e ha fatto tesoro della lezione neoclassica di George Balanchine per arrivare ad un suo modo di trattare la “cosa” danza irrorandola di jazz, di swing, di souplesse.

Al Verdi per il Florence Dance Festival la Twyla Tharp Dance ha proposto tre pezzi, di cui due di repertorio Country Dances del 1976, Brahms Paganini del 1980, e l’anteprima mondiale Beethoven Opus 130 che dimostra la sorprendente capacità della Tharp di essere coreograficamente attuale.

Nei setosi e variopinti indumenti firmati da Norma Kamalj i danzatori in Beethoven Opus 130 inanellano una serie di legati in cui la matrice classico-moderna si coniuga con la leggerezza ‘jazzata’ del gesto, del passo singolo, del virtuosistico solo iniziale del più che bravo Mattew Dibble, decano della compagnia e tutto in bianco. Un fluire continuo di danza ‘alla Tharp’ che esalta le caratteristiche dei singoli otto interpreti, accarezzati dalle luci di Stephen Terry e accompagnati dall’immortale musica di Beethoven.

Country Dances è invece uno spiritoso gioco di coppie con un danzatore conteso da tre ballerine che, a turno, lo ‘rubano’ alla rivale e danno vita a pregevoli duetti, terzetti e quartetti. Con indosso gli sgargianti costumi di Santo Loquasto e le musiche dell’American Folk, la danza jazz di Twyla Tharp tiene banco in un vorticoso ‘tira e molla’ concludendosi con un nulla di fatto. L’uomo preferisce non scegliere nessuna delle ragazza ma essere amato da tutte e tre.

Atmosfera più seriosa si respira in Brahms Paganini in cui campeggia il bel solo iniziale di Reed Tankersley. Un solo neoclassicamente ‘jazzato’ nel portamento delle braccia, nella ricercata élevation, nel modo sfuggente di richiamarsi alla tradizione aulica balanchiniana per poi staccarsene. La coreografia nella seconda parte si concentra su un quintetto, vestito da Ralph Lauren, che sulle note pianistiche di “Variazioni sul tema di Paganini” mostra un indubbio virtuosismo accademico e mette in luce l’eleganza creativa di Twyla Tharp. Una vera “signora” della scena coreutica internazionale che, a dispetto dell’età, ha ancora molte cose da dire e da fare.

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