Utsushi – Tra due specchi

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fotodirezione e coreografia: Ushio Amagatsu

musiche: Yaz-Kaz, Yoichiro Yoshikawa

danzatori: Sho Takeuchi, Akihito Ichihara, Ichiro Hasegawa, dai Matsuoka, Norihito Ishii, Shunsuke Momoki

direttore di scena: Keiji Morita

luci: Satoru Suzuki

suono: Junko Miyazakai

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In occasione del 150′ anniversario delle relazioni bilaterali Italia-Giappone, il Florence Dance Festival all’interno del cartellone dell’Estate Fiesolana, è riuscito ad ospitare lo scorso 9 luglio al Teatro Romano di Fiesole  il gruppo giapponese Sankai Juku, una delle più note ed apprezzate compagnie di danza Butoh nel panorama internazionale, assente dalla scena fiorentina da ventiquattro anni. Fondata e diretta dal coreografo Ushio Amagatsu nel 1975, Sankai Juku, il cui nome significa “la scuola della montagna e del mare”, è erede di seconda generazione del Butoh di Hijikata e Kazuo Ohno. La compagnia composta di soli uomini ha cambiato da subito l’immagine acquisita dalla danza giapponese post-Hiroshima, cupa ed aggressiva, grottesca e provocatoria che tanto impressionava il pubblico.  I movimenti risultano essere uno stato del corpo e dell’anima, una condizione fisica e spirituale che procedono sempre insieme. Dinamiche fisiche che possiedono il loro equivalente spirituale. Esecutori ed osservatori con-mossi. Forme ed energie dedotte da modelli naturali ed originari che evocano nello spettatore immagini e contenuti emotivi. Utsushi significa “riflesso”: lo spettacolo di Amagatsu sul palco dell’antico Teatro di Fiesole è stata una cerimonia delle origini dell’uomo, di quello stato ancestrale di cui tutti noi conserviamo un riflesso sepolto dentro i nostri corpi. Un ringraziamento doveroso e sentito a Marga Nativo e Keith Ferrone, direttori artistici del Florence Dance Festival, i quali hanno permesso ancora una volta al pubblico fiorentino di assistere ai grandi artisti della scena internazionale.

A completare il lavoro creativo del coreografo giapponese l’uso magistrale della luce, che crea contrasti, sezioni di scena luminosa e zone d’ombra, spazi nascosti e segreti; e poi la musica, mistica, elettronica, orientale, sempre originale e d’improvviso il silenzio e la sua fascinazione: la sospensione e l’attesa che conducono alla scoperta di un senso di appartenenza comune.

E’ una storia coreografica che sfugge a definizioni razionali. Tutto accade e basta. Non ci sono spiegazioni, il movimento è scisso dal pensiero, gli spostamenti e le geometrie sono inattese, i corpi sempre pronti alla metamorfosi, ridotti a sostanza naturale senza alcuna volontà predefinita di espressione. Come afferma la studiosa Maria Pia D’Orazi, “danzare il Butoh vuol dire che il corpo recuperi uno stato originario che precede la consapevolezza dell’azione, qualcosa che somiglia all’immediata reazione di un essere umano (…) il quale torna ad essere guidato dall’intuito e dall’istinto”.

La messinscena, preparata e realizzata con estrema cura, riproduce l’eco di cerimonie misteriose che sembrano indagare l’origine dell’essere nel caos primitivo. I corpi seminudi e dipinti di bianco dei sei danzatori dai crani rasati, si muovono in un mondo che sembra esistere al di là dello spazio teatrale, al confine tra realtà umana e regno del mistero. Riti iniziatici e suggestivi ai quali è permesso assistere. Corpi nella loro forma primitiva che strisciano i piedi sulla sabbia bianca deposta sul palco, e che svelano stati emotivi intensi e profondi, sul limite tra inferno e paradiso, vita e morte, nascita e caduta. Esseri bianchi a delimitare lo spazio scenico, dove tutto sembra interconnesso, dove l’esteriore si fa paesaggio interiore, dove l’arte riflette la natura e la natura riflette l’arte in un continuum temporale. Lo spettacolo è infatti un legame tra passato e presente, un puzzle di 75 minuti sapientemente costruito delle prime coreografie di Sankai Juku degli anni Settanta ed Ottanta e quelle più recenti.

Attraverso un repertorio di immagini di delicata bellezza e grande plasticità, Sankai Juku crea la visione di un mondo surreale ed onirico, attingendo ad elementi di antichi rituali. Il loro Butoh   è da sempre un intimo dialogo tra anima e corpo, due elementi contrapposti ma essenziali e in equilibrio, che si ritrovano anche nello spettacolo Utsushi.

1 COMMENT

  1. Grazie molto per la bellissima recenzione Isabella, informativa, competente e divertente. Stiamo tutti facendo di tutto per coltivare e educare un pubblico della danza. Questa volta è andata proprio bene per tutti, la compagnia, la danza, e gli dei, che sono ancora lì seduti in prima fila al Teatro Romano 😉
    Grazie Teatrionline!
    Marga & Keith

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