“La locandiera” di Carlo Goldoni nello scenario naturale di Villa Lais a Roma

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Nella cornice arborea dell’anfiteatro di Villa Lais a Roma va in scena dal 23 luglio fino al 4 settembre 2016  ‘La locandiera’ di Carlo Goldoni. L’opera, concepita dal commediografo veneziano nel 1752, rappresenta il superamento della Commedia dell’arte, dei suoi stereotipi e delle sue maschere fisse e prevedibili. L’improvvisazione e il mestiere dei commedianti cedono spazio ad una attenta analisi del reale e del quotidiano, dell’eterno conflitto fra classi, dei vizi e delle miserie che affastellano l’animo umano. Il copione diviene lo strumento che disciplinerà trama e scene della commedia riformata. Ne scaturisce una mirabile rappresentazione dei caratteri e delle umane passioni, dei vizi e delle ipocrisie dell’individuo, a qualsiasi classe appartenga. L’intento morale è sempre sotteso e la naturale e mai celata simpatia per la piccola borghesia soccombente al cospetto di un ceto aristocratico decaduto nel censo e nelle nobili aspirazioni ma non nelle prerogative arrogate, danno il senso all’opera e assegnano alla protagonista Mirandolina ruolo e caratteristiche dell’eterno femminino goethiano. La naturale arte della locandiera, astuta e anticonvenzionale per gli schemi dell’epoca, è solo apparentemente trionfante, attraversata com’è da una vena di malinconia che troverà ristoro nella scena finale, quando il gioco finisce e la riflessione diventa monito per i malcapitati che verranno. Sarà lei, fino allora tessitrice indiscussa della tela, che, deposte le armi della seduzione, abbattute meschinità e preconcetti, menzogne e apparenze, si riappropria della solitudine del personaggio. La regia di questo lavoro è di Sergio Ammirata che, a causa della greve, endemica indifferenza di una indolente classe politica che sacrifica la cultura al degrado e alla propria inettitudine, trasferisce giocoforza provvisoriamente la naturale sede estiva della Sua Cooperativa La Plautina dalla ‘Quercia del Tasso’ sul Gianicolo a questo parco pubblico nel quartiere Tuscolano. Il condottiero di lungo corso di uno dei teatri storici della capitale, l’Anfitrione, che sorge sulle pendici del ‘piccolo Aventino’ tra Circo Massimo e Terme di Caracalla, nel cuore della Roma intrisa di storia, dopo ben dieci lustri di spettacoli estivi, è stato espropriato due volte. Esiliato dal suo anfiteatro tanto caro ai romani e privato di sostentamento dalla recente riforma Franceschini sul F.U.S. che non tutela la parte più debole della filiera. Piacevole messa in scena, nella nuova sede, di un onesto adattamento che, pur rispettoso dello spirito del testo, avremmo preferito più audace e accattivante. La protagonista è conoscitrice delle debolezze dell’altro genere, esuberante e ammaliatrice per vocazione, abile stratega, intenta a tratti a compiacere, oltre che i suoi spasimanti, il pubblico nel premeditare le battute, prefigura l’inganno, è insieme regista e attrice della scena. Patrizia Parisi è una Mirandolina diligente, maliziosa eppure sobria, civettuola con moderazione. Una interpretazione, la sua, tanto composta da sembrare compassata e quasi annoiata. Usa con parsimonia le armi dell’ironia e del fascino. I suoi monologhi concedono poco alle aggraziate espressioni gergali che la protagonista effonde con dovizia. Non riesce quasi mai a rapire, ad essere   intensa ed intrigante, men che mai irresistibile e trascinante. Peccato, perché la Parisi è brava ma rimane ingessata nel personaggio, prudente e quasi rispettosa del ruolo. La sua Mirandolina è garbata, seducente quanto basta ma poco impertinente e non graffia, si accontenta di non strafare e in questo limita il proprio indiscutibile potenziale. Mi tornano in mente alcune attrici del passato, come Valeria Moriconi nell’allestimento di Franco Enriquez o Carla Gravina in quello del visionario Giancarlo Cobelli ma anche, per converso, la più recente provocatoria, inelegante mise su trampoli di una inguardabile Nancy Brilli diretta da Giuseppe Marini, quasi mai frizzante e decisamente antagonista. Il suo tono dimesso e poco scanzonato stravolgeva il senso della commedia in nome di un trito femminismo di maniera. Nella trasposizione di Sergio Ammirata, il Maestro è uno stravagante, portentoso Marchese di Forlipopoli, sornione, ammiccante, argutamente pavido e ironico, ovviamente a suo agio. Elegante in un inconfondibile stile caracollante’, ha il carisma del grande attore, una personalità irradiante e contagiosa. Dotato di humour proverbiale e leggerezza di modi, fornisce una performance di grande effetto e mestiere, ineccepibile. Rende il suo personaggio, un nobile decaduto e dai modi non propriamente raffinati e quasi ripugnante, tenero, attraente e assolutamente godibile. Ha dilapidato un patrimonio, è messo male in arnese, dispensatore di protezioni farlocche, è un marchese piccolo piccolo, a sua volta precario, bisognoso e scroccone per necessità. Ha una vis comica devastante e Sergio Ammirata ne cavalca da par suo ‘il timido ingegno’. Strepitoso! Francesco Madonna è ‘Il Cavaliere di Ripafratta’, nobile anch’egli ma che ha saputo ben amministrare i suoi domini. Generoso verso il marchese molesto ma intransigente verso le commedianti-dame da lui smascherate, presuntuoso e intollerante verso l’altro sesso fino a capitolare allorché scopre le inebrianti virtù di Mirandolina. Presenza scenica vigorosa sostenuta da una recitazione adeguatamente veemente, disinvolta e solo a tratti affettata. Sconta forse un difetto di sigmatismo che non pregiudica una prestazione comunque più che dignitosa. Giustino De Filippis è ‘Il Conte d’Albafiorita’,  uomo di mondo, rappresentante di una classe in ascesa, è un borghese che ha acquisito il titolo e ostenta una ricchezza sopraggiunta, corteggiatore senza riserve e senza imbarazzi. Non teme confronti con gli altri nobili né soluzioni che lo escludano dall’essere il pretendente fortunato. Sfodera una recitazione sicura e senza sbavature, come il personaggio richiede. Luca Gabos è ‘Fabrizio’, il servitore fedele e da sempre innamorato. Non è provvisto di grande acume, fa parte della locanda come gli arredi e a lui Mirandolina offrirà il suo affetto, rispettando il volere del padre, mettendo in fila i più titolati avventori e accettando il male minore. Farà la cosa giusta perché il matrimonio è pur sempre un atto di convenienza e convenzione e per durare occorre rinunciare al superfluo e quindi anche agli inganni della passione. Bene Luca Gabos. Un’interpretazione delicata e risoluta; esalta con il piglio giusto le apprensioni e le speranze di un’anima mite che non si rassegna. Appropriato e calzante nel ruolo di chi, sottomesso agli umori altrui e, per gran parte della vicenda, vittima sacrificale, conquista infine il trofeo più ambito. Mario De Fiori è il servitore sempliciotto, bistrattato e certamente meno fortunato, alle dipendenze del Cavaliere di Ripafratta. Una recitazione inespressiva ai limiti dell’imbarazzante. Elisabetta Centore è ‘Dejanira’ e Susanna Bugatti è ‘Ortensia’. Sono le due improponibili, sgangherate, false dame e vere, modestissime commedianti in cerca di gloria e di polli da spennare. Non troveranno conforto a pretese demolite dal discutibile physique du role e da conclamata contraffazione. Esagerate, sguaiate e starnazzanti come si conviene a due stereotipi, rappresentanti vanesie e prive di educazione professionale della commedia dell’arte che Goldoni aborriva. E terminiamo. La messa in scena a Villa Lais della ‘Locandiera’ viene disturbata, oltre che da interferenze di traffico aereo e veicolare, anche da una acustica insufficiente che indebolisce e priva a tratti lo spettacolo di parti di dialogo. Anche per questo motivo è auspicabile, io credo, una soluzione rapida e coerente che riconduca gli spettacoli estivi della ‘Plautina’ alla dimora originaria. In sintesi. ‘La locandiera’ allestita da Ammirata è, al di là di alcuni opportuni aggiustamenti, il risultato di un proficuo lavoro di insieme propiziato da una passione inesauribile e da una professionalità che vanno riconosciute unanimemente ad una figura significativa del Teatro d’autore, singolare esempio di longevità artistica. Senza incertezze. Il gradimento di un pubblico vacanziero, affezionato e competente, qui come alla Quercia del Tasso, è la testimonianza palpabile di un successo conquistato e strameritato per le emozioni che evoca e la qualità che esprime, un’onda lunga che contrasta ogni impedimento procurato da una ormai abituale inerzia nel fare da parte di organi preposti alla soluzione dei problemi di ordinaria amministrazione e dall’inconcludente, incomprensibile tecnicismo diafasico di pronunciamenti raffazzonati e scellerati.

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