Il “Die Zauberflöte” dell’Accademia del Teatro alla Scala

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fotoIl Flauto magico è una di quelle opere sospese in un tempo indefinito e comunque sempre attualizzabile, non solo per la musica di Mozart, che ha consacrato il libretto di Emanuel Schikaneder nel pantheon dei capolavori immortali, ma anche perché mette in scena tre archetipi narrativi intramontabili e sempre attuali: un eroe, un viaggio formativo e un amore giovanile.

Ma non solo. Lo spettatore vive a metà del secondo atto una vera epifania, scoprendo che il bene e il male sono in fondo concetti tutt’altro che definiti e definitivi, mentre scopre che i ruoli di buono e cattivo si invertono tra Zarastro e la Regina della Notte, assiste ad un viaggio mistico-formativo che per alcuni aspetti anticipa di diversi anni certa letteratura romantica, incarnando alla perfezione anche quella dicotomia tra spirito dionisiaco e apollineo teorizzata da Nietzsche quasi un secolo dopo.

Insomma, una storia che, per noi uomini e donne del terzo millennio, contiene ancora tanti elementi attuali, incastonati in un mondo onirico ed etereo, ricco di simbologie mistiche e massoniche, un mondo grazie al quale possiamo risvegliare quella parte ingenuamente riflessiva del nostro essere.

fotoUn viaggio che il regista Peter Stein, con l’importante aiuto delle scene di Ferdinand Wögerbauer e delle luci di Joachim Barth, ha saputo rappresentare magistralmente, senza allontanarsi dal libretto ma restituendo comunque un senso attuale e disincantato alla rappresentazione: “Ho voluto rispettare tutte le indicazioni del libretto – sono le parole dello stesso Stein – perché questa partitura è piena di indicazioni tecniche e didascalie. Per me questa è stata quasi una ricostruzione della prima dell’opera nel 1792, come la vollero Mozart e Schikaneder”.

Siamo quindi lontanissimi da certe brutture vanagloriose che certi registi contemporanei ci hanno proposto di recente su altri palcoscenici, e possiamo godere così della bellezza verace di questo capolavoro, che non ha certo bisogno di essere “attualizzato”, stravolto o reinterpretato a piacere per essere godibile nel pieno della sua genialità.

fotoI protagonisti di questa produzione dell’Accademia del Teatro alla Scala si muovono quindi con studiata disinvoltura tra fondali mobili, tele dipinte, elementi lapidei che vengono trascinati sul palcoscenico, piramidi massoniche e sapienti giochi di luci e ombre. I costumi di Anna Maria Heinreich si inseriscono perfettamente in questo insieme, contribuendo al risultato finale con la giusta, elegante, discrezione.

La concertazione di Ádám Fischer è apprezzabile da tutti i punti di vista: sicuramente grazie anche alla giovane età dei musicisti dell’Accademia del Teatro alla Scala, il risultato dell’esecuzione è stato energico e puntuale, pur senza sbiadire tutti i colori dello spartito, che sono emersi nella loro cangiante pluralità espressiva.

La vera rivelazione della serata è stato il Papagheno di Till Von Orlowsky, classe 1988. Il giovane baritono tedesco ha saputo affiancare una recitazione perfetta ad un’intonazione impeccabile, in un’interpretazione che sicuramente gli aprirà le porte di molti altri teatri.

Davvero godibile anche il Tamino di Martin Piskorski: il timbro e la presenza scenica del giovane tenore hanno infatti fatto facilmente dimenticare una tecnica non ancora del tutto matura e qualche difficoltà nei fiati più gravi e nei registri più acuti.

Allo stesso modo la Pamina di Fatma Said si fa perdonare qualche sbavatura e la mancanza di morbidezza nei registri più acuti, compensando queste piccole mancanze con una presenza scenica impeccabile, una recitazione empatica ed un timbro soave e delicato.

fotoLa Regina della Notte di Yasmin Özkan è stata invece deludente. Nel primo atto si sono notate subito una potenza vocale scarsa e alcune difficoltà evidenti nei registri più gravi, oltre ad un vibrato esagerato che ha impastato le note più difficili quasi a nascondere alcuni passaggi. Nel secondo atto, invece, la Özkan ha mostrato difficoltà soprattutto nei registri più acuti, così complicati, con qualche errore grossolano anche nei fiati.

Deludente anche il Sarastro di Martin Summer, nonostante una buona presenza sul palcoscenico, infatti, sono venuti a mancare i registri più bassi, con delle serie difficoltà espressive. Anche le tre dame di Elissa Huber, Kristin Sveinsdottír e Mareike Jankowski sono rimaste ben lontane dalla perfezione, con qualche attacco decisamente fuori tempo e piccole imperfezioni nell’intonazione.

Sascha Emanuel Kramer ci è sembrato invece un Monostato quasi fuori luogo, con gestualità esagerate al limite della macchietta e un cantato non del tutto apprezzabile.

Del tutto godibile invece la performance di Papaghena, interpretata da Theresa Zisser, che sul finale ha saputo aggiungersi perfettamente a Von Orlowsky, regalando al pubblico un duetto davvero degno di nota.

Buona anche la performance del coro dellAccademia del Teatro alla Scala, preparato da Johannes Stecher. Una nota positiva la meritano anche i tre solisti del coro di voci bianche di Innsbruck: Moritz Plieger, Clemens Schmidt e Raphael Eysmair.

A fine spettacolo applausi fragorosi e meritati quasi per tutti, in particolare per Fischer e Orlowsky, da un teatro quasi al completo.

La recensione si riferisce alla recita del 23 settembre 2016.

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Die Zauberflöte

Singspiel in due atti, Musica di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Emanuel Schikaneder

Direttore: Ádám Fischer

Regia: Peter Stein

Scene: Ferdinand Wögerbauer

Costumi: Anna Maria Heinreich

Luci: Joachim Barth

Drei Knaben: Solisti dei Wiltener Sängerknaben, Innsbruck: Moritz Plieger, Clemens Schmidt e Raphael Eysmair

Maestro del coro: Johannes Stecher

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Cast:

Papageno: Till Von Orlowsky

Tamino: Martin Piskorski

Pamina: Fatma Said

Regina della notte: Yasmin Özkan

Sarastro: Martin Summer

Monostato: Sascha Emanuel Kramer

Prima Dama: Elissa Huber

Seconda Dama: Kristin Sveinsdottír

Terza Dama: Mareike Jankowski

Papagena: Theresa Zisser

Primo sacerdote: Philipp Jekal

Secondo sacerdote: Thomas Huber 

I uomo in armatura: Francesco Castoro

II uomo in armatura: Victor Sporyshev

Tre schiavi: Marcel Herrnsdorf, Tenzin Chonev Kolsch, Thomas Prenn

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