60. Biennale Musica: Musica moderna e musica contemporanea

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fotoTeatro alle Tese – ore 20

Quatuor Diotima

Kari Kriikku

Tuija Hakkila

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Teatro alle Tese – ore 23

RASSEGNA 23 OFF

Ryo Murakami (Leone d’Argento della 60. Biennale Musica)

Tatsuya Fujimoto

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Vige un’annosa questione fra gli appassionati di musica.

Qual è il confine fra musica moderna e contemporanea?”

Bisogna premiare l’innovazione, anche se magari lo è da decenni, o ammiccare maggiormente alla contemporaneità temporale della composizione?”

Non esistendo una risposta universale, ognuno, seguendo le proprie idee, tracci dei confini entro cui catalogare la musica dell’ultimo secolo.

Il primo giorno di Biennale Musica, arrivata alla sessantesima edizione, meglio non poteva rappresentare questo dilemma amletico.

Il concerto serale ha visto sul palco il Quatour Diotima, quartetto parigino, in un programma complesso, sia per difficoltà sia per fruibilità.

Il gruppo, poco agevolato dall’acustica della terza navata del teatro Alle Tese, più indicato a gruppi di dimensioni maggiori o a brani che non giochino sulle differenze fra piano, pianissimo, pizzicati e sordine, è riuscito comunque a coinvolgere il pubblico.

Al primo brano “Clamour” di Stefano Gervasoni, l’apertura del programma.

Il terzo quartetto del compositore bergamasco, già di repertorio per i Diotima, è apparso solido e ben costruito. Gli strumentisti si ‘trovavano’ a memoria, dimostrando così di conoscere e la loro parte e quella dei compagni.

In un continuo trasformare fatto di diminuendi, omoritmie totali o a due, emerge la doppia anima del brano, in cui la presenza o meno delle sordine cambia l’atmosfera della composizione stessa e in cui i silenzi hanno uguale importanza che le note stesse.

A seguire una fra le prime assolute di questa edizione della Biennale, “Figura” di Kaija Saariaho, pezzo enigmatico e teatrale.

Sarà l’uso quasi solistico del clarinetto e del suo suono peculiare, ma gli echi jazzistici e gershwiniani hanno entusiasmato il pubblico.

Merito anche di un incipit e excipit di stampo intrattenitivo.

Il clarinetto, suonato da Kari Kriikku, come novello pifferaio di Hamelin, inizia il suo canto dalla quinta per poi prendere lentamente posto in mezzo al quintetto, danzando lungo il tragitto, e “accendendo” gli altri strumentisti nel suo incedere.

Questo fino allo “spegnimento” intermedio che cede al secondo movimento Anima.

La conclusione è nuovamente teatrale.

Placata la danza del pianoforte, Tuija Hakkila, il clarinetto ritorna in quinta, mentre i due violini si avvicinano al pubblico, il secondo rimanendo sul proscenio, il primo andando a estinguersi nelle ultime file del pubblico.

Grande importanza assumeva per l’ensemble il terzo e ultimo brano della serata “Fragmente-Stille, an Diotima” di Luigi Nono.

Non solo perché suonare Nono alla Biennale di Venezia ha il suo fascino e la sua dose di responsabilità, ma anche perché è il riferimento holderliano (Diotima è lo pseudonimo utilizzato dall’autore per simboleggiare la sua musa ispiratrice ed amore dell’intera vita) a cui i quattro musicisti hanno pensato nel scegliere il nome del gruppo.

L’esecuzione, pulita, precisa e appassionante, non è stata agevolata dal pubblico in sala che non prendendo posto velocemente a ritardato l’esecuzione degli strumentisti già schierati e ha disturbato i pregevoli cesellamenti con continue interruzioni, alcune delle quali al limite della decenza (suonerie in primis).

Nonostante i prezzi accessibili sponsorizzati dalla Biennale, tra il pubblico pochi giovani, rendendo quasi (e qui giochiamo con i clichés) il concerto da contemporaneo ad uno di repertorio, come fossero Beethoven o Schubert in programma.

Quasi miracoloso, invece, il cambio dell’età media al successivo concerto delle 23.

Il primo degli appuntamenti della rassegna 23OFF, appuntamenti tendenti al jazz, musica elettronica e improvvisazioni, ha visto alla consolle il neo Leone d’Argento, Ryo Murakami.

Coaudiuvato da Tatsuya Fujimoto, visualist del progetto “The Wall”, prima esecuzione italiana, il compositore giapponese ha riempito la seconda navata delle Tese, generando grandi attese e aspettative.

Il brano, completamente destrutturalizzato, angoscioso e angosciante per intenzione dell’autore stesso, ha annichilito il silenzio per 50 minuti, generando una continua spirale di echi solitari e vuoto rumoroso.

Il lavoro video, rappresentazioni floreali in 3d in continua metamorfosi e scioglimento, è sembrato fuori contesto rispetto alla musica, forse in un tentativo di dare un appiglio al pubblico nel continuo ed inesorabile vorticoso susseguirsi di rumori e rintocchi.

Un brano che lascia più domande, tendenti al filosofico, che qualche ricordo musicale ben definito, in cui l’uso del cosiddetto “Inception sound”, consiglio la lettura di qualche articolo a riguardo per chi non lo conoscesse, avrebbe più validità, credo, se supportato da un effettivo approdo a qualche cambiamento, musicale o visivo che sia.

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