Kiss&Cry: uno spettacolo pieno di poesia e con l’anima nelle mani

Andato in scena all'Arena del Sole di Bologna nell'ambito di VIE Festival

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fotoUno spettacolo ricco di poesia, che catapulta lo spettatore nella dimensione del sogno e lo conduce a riflessioni profonde su temi come l’incontro, la memoria, il desiderio, il dolore. Uno spettacolo rarefatto che partendo da una complessità evidente arriva a creare un’arte semplice, di una bellezza onirica che incanta e meraviglia. Kiss & Cry, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna nell’ambito di VIE festival, è un intreccio di generi diversi: danza, cinema, narrazione si fondono nel racconto di una storia densa di emozioni e leggiadria grazie soprattutto all’uso delle mani e delle dita come veicoli della narrazione.

A rendere possibile questo incanto è senz’altro la bravura e la complicità degli ideatori di Kiss & Cry, debuttato in Belgio e destinato ad avere grande successo internazionale, essendo già stato tradotto in otto lingue. Infatti, la danzatrice e coreografa Michèle Anne De Mey – fondatrice con Anne Teresa de Keersmaeker della famosa compagnia Rosas e direttrice del centro coreografico Charleroi Danse – e il regista Jaco Van Dormael, conosciuto per lo stile narrativo e visivo particolarissimo, hanno fuso le loro conoscenze artistiche, la danza e il cinema, dando vita a uno spettacolo che sembra fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.

Attraverso la NanoDanses, una danza fatta di sole mani inventata da Michèle Anne, e la bravura registica del suo compagno che ha captato con estrema maestria la magia del volteggiare delle mani della moglie e di Gregory Grosjean, suo abituale partner, sono riusciti nella creazione di un inedito linguaggio teatrale che annida la sua forza nella ricerca del dettaglio e nel rendere grande ciò che a prima vista appare piccolo.

La storia è semplice. Ad essere messa sotto l’occhio del riflettore è la vita di Giselle, dei suoi amori, di tutte le persone che hanno lasciato traccia nella sua memoria e quelle invece che sono inevitabilmente cadute nel profondo e cupo buco dell’oblio. Una casina sullo sfondo e questa donna, ormai anziana, che ripercorre la sua vita costruendo una trama scandita dagli amori che l’hanno accompagnata (cinque, come le dita di una mano), alla ricerca di un’unica grande emozione: il suo primo amore, incontrato sul treno, tredici secondi di emozione pura che Giselle non riuscirà mai a dimenticare.

Lo spettatore è colpito da ciò che vede sullo schermo, dove le dita snocciolano piano piano la trama che, insieme al racconto della voce narrante, conducono in un universo immaginario fatto di persone che si incontrano, persone che si innamorano, persone che si lasciano, persone che muoiono e persone che sogniamo tutta la vita, aspettandole, a volte, invano. Nel frattempo però anche il palco è molto movimentato ed è una componente poetica ed estetica indispensabile per poter comprendere l’estrema complessità che si cela dietro un racconto in apparenza semplice. Assistere alla meticolosa composizione di questo gioco d’incastri tra le mani che danzano, gli oggetti che si animano, le telecamere che volteggiano da una parte all’altra del palco è affascinante tanto quanto seguire la storia sul maxi schermo.

Il trenino elettrico diventa grande nell’occhio della Camera di Jaco Van Dormael, e ci racconta la libertà, il viaggio, reale e simbolico di Giselle, catapultando lo spettatore in questo mondo onirico, dove è inevitabile lasciarsi trascinare dalla bellezza e dalla leggiadria delle dita che effettuano piroette, si incontrano, si amano, si rifiutano, il tutto reso ancor più sublime dalla bellissima scelta musicale che va da George Frideric Handel, Antonio Vivaldi, Arvo Pärt, Michael Koenig Gottfried, John Cage, Carlos Paredes, Tchaikovsky, Jacques Prévert, Ligeti, Henryk Gorecki, George Gershwin.

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