32”.16 Trentadue secondi e sedici

In scena fino al 20 novembre 2016 al Teatro Ringhiera, Mialno

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fotoRegia Serena Sinigaglia

Drammaturgia Michele Santeramo

Con Tindaro Granata, Valentina Picello, Chiara Stoppa

Scene e costumi Stefano Zullo

Colonna sonora Silvia Laureti

Luci Sarah Chiarcos

Video Elvio Longato

Assistenti alla regia Enrico Baraldi, Mila Boeri, Giulia Sarah Gibbon, Martina Testa

Assistenti scene e costumi Marianna Cavallotti, Arianna Summo, Eleonora Peronetti, Martina Dimastromatteo

Produzione ATIR Teatro Ringhiera, con la collaborazione di NABA Milano – Nuova Accademia di Belle Arti, con il sostegno di NEXT2015

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Ci sono delle storie che fanno venire i brividi all’anima; tra queste la storia di Samia Yusuf Omar, atleta somala che partecipò, anche se con scarsi risultati, alle Olimpiadi 2008 di Pechino e poi morì nel 2012, nel tentativo di raggiungere l’Italia su una carretta del mare. È una storia triste quanto quella di tutte le persone morte in questi viaggi di speranza e disperazione, ma quello che la rende singolare è che per un momento la sua storia si è incrociata con quella dello sport mondiale, emergendo per un attimo da quel mucchio di vite impossibili, riscomparendo subito dopo. E dici:

«Ma era arrivata fin lì, com’è possibile che le abbiano fatto fare quella fine?!» ; invece è proprio così; e vedi quanto questo mondo “occidentale” sia totalmente indifferente e inaccessibile, scivoloso e senza appigli, per chi non risulti un’interessante rotella dell’ingranaggio. La storia di Samia ha da sé tutti gli elementi per toccare l’animo di chi l’ascolta e credo che portarla in scena sia un arduo compito di rispetto e delicatezza. La modalità scelta dal team Sinigaglia/Santeramo mi è sembrata invece piuttosto splatter, come un film a tinte forti che vai a vedere più per scombussolarti lo stomaco, che per goderne la struttura narrativa. La prima parte di 32”.16 potrebbe sembrare un esperimento di teatro di narrazione a tre, con attimi di alternanza tra parola e canti africani veramente ben riusciti. Ma invece di andare a fondo di questa scelta stilistica, la seconda parte porta lo spettatore in un altro spettacolo, anzi, in un’isola immaginaria, dove due personaggi comico-inquietanti vivono la loro strana quotidianità, fino all’arrivo di una terza persona. È il racconto metaforico di un mondo che rotola, imperterrito, verso una direzione e dello stato d’animo di chi sente, invece, che qualcosa va urgentemente cambiato. A fronte di questo tentativo di far riflettere il proprio pubblico su tematiche troppo spesso ignorate o sottovalutate, mi domando: un teatro che si prende la responsabilità di scuotere gli animi, di un’umanità a volte intorpidita e anestetizzata dai suoi fantasmi quotidiani, è necessario; ma qual è la strada più efficace? Prenderlo a schiaffi? Dargli un purgante? Accoglierlo, farlo ambientare, e poi, quando meno se l’aspetta, zac!, colpirlo al cuore?! Come un corteggiatore o un duellante, anche un teatro deve avere una strategia, per porre le sue domande e proporre le sue riflessioni. Le modalità scelte in 32”16, tra cui alcuni toni accorati della prima parte, ma soprattutto, nella seconda, l’uso esasperante della parola e l’apposita riproposizione di immagini becere e raccapriccianti per forza, non so se per me è un modo utile di colpire e affondare lo spettatore. Credo possano esistere modi più raffinati e che la stessa Sinigaglia li abbia già sperimentati in altri suoi spettacoli.

Ma adesso tocca a voi farvi un po’ di domande e informarvi sulla vicenda di Samia Yusuf Omar: avete tempo fino al 20 novembre!

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