Calibano nella Tempesta

In scena al Teatro Tertulliano di Milano fino al 27 novembre 2016

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fotoOggetti ci attendono sul palco, come avessero fretta di comunicare qualcosa, in attesa dell’arrivo degli attori; sacchi grigi, un tavolino pieno di carte, una maschera antigas, un posacenere, un palloncino blu, una giacca militare, un separé, una bottiglia, una sedia, con su un cappello d’ordinanza, un comò e uno specchio. L’immagine di un veleno, potente e fumoso, si rivela al rimbombare fragoroso di una risata gutturale, prendendo la forma di un fungo atomico, la cui polverosa coltre di grigia morte e nevrastenia arancione pervade, uccide, e si insinua nella sensibilità di ogni abitante di una terra nella quale sente di non avere più fiducia, mentre qualche potente si gode lo spettacolo. In questo dramma, ispirato alla “Tempesta” di Shakespeare, cambia il contesto, cambiano gli abiti e le uniformi, al di sotto delle quali rimangono i medesimi meccanismi, le medesime prepotenze e i medesimi dubbi, le medesime ingiustizie. Nell’arroganza, abbondantemente nutrita da avanzi di colonialismo, si può osservare come la violenza peggiore sia quella che avviene quando una cultura ne prevarica un’altra, e con la convinzione di essere migiore, di essere più evoluta, la schiaccia, la ripudia e la rinchiude in una grotta, denigrandola, la assorbe in sé dopo averla estirpata, e asservendone il popolo ne decreta la distruzione. La libertà, “come la vita era prima della tempesta”, ha il sapore di una terra remota, della quale si hanno, più che ricordi, vaghezze di sogni. E mentre i potenti, crogiolandosi tra le note di “cheek to cheek” ballano sul mondo che hanno devastato di fiamme, c’è ancora chi, disperatamente ma con ardentissima determinazione, combatte per la libertà, ricordandola come un gorgoglio di fresche polle, che, dopo aver riposato in pozze salmastre, vola in alto come i gabbiani, mentre guarda ora la pece infetta cadere dal cielo. Chi sta a metà, invece, tra potenti e sottomessi, rischia di perdere la testa nel non sapere più distinguere tra bene e male, che si ingarbugliano tra loro sempre più fitti, finendo per giocare con il mondo come con un palloncino. E così, agire nella credenza di una libertà promessa da altri, rende ancora più schiavi, e l’unica vera libertà che rimane può risiedere solo nell’interiorità di ognuno, nell’accordo tra i pensieri della ragione e le spinte del cuore, in quella “coscienza che va accudita come un fiore”, nella speranza che la buona sorte, chiamata Divina Provvidenza da qualche potente che ne onora gli intrighi, unita alla volontà umana, possa finalmente portare fuori dalla grande Tempesta.

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