Frankenstein

In scena al Piccolo Teatro Don Bosco, Padova

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Foto di G. Bellingardo
Foto di G. Bellingardo

Regia: Ted Keijser. Con: Ivan Di Noia, Cristina Ranzato, Romina Ranzato, Mirco Trevisan. Musiche: Andrea Mazzacavallo. Costumi e scenografia: Licia Lucchese. Durata: 1h e 10 minuti.

Il “Frankenstein” di Mary Shelley che la compagnia professionista Barabao ha portato in scena il 31 ottobre al Teatro Don Bosco, a Padova, stupisce – in positivo – per tanti motivi. Il primo senz’altro è aver messo insieme aspetti tra loro inconciliabili. Perché ridere e commuoversi, è cosa rara. Ma anche assistere a una messa in scena filologicamente perfetta eppure meravigliosamente attualizzata. Così come parrebbe inconciliabile portare in scena la vita della scrittrice del romanzo e invece, finalmente, i Barabao sono riusciti a far capire che il vero artista è tutt’uno con la sua opera, coi suoi drammi, con le proprie esperienze. Perché senza questa aderenza l’arte non è possile, tutt’al più si è mestieranti, che è un’altra cosa. Per realizzare questo adattamento i Barabao hanno lavorato duramente, per due anni. Scegliendo un ottimo regista, olandese, e spostandosi a Londra per uno stage di 7 mesi. Per respirare le atmosfere nordiche. Che al pubblico arrivano tutte. Sarà la scenografia stupenda e articolata, saranno le loro maschere strepitose, sarà la musica eccezionale… sarà che sono bravissimi. Sono in quattro sulla scena e riescono a moltiplicarsi di continuo come per magia senza mai confondere il pubblico. Lo spettacolo ha una cornice particolare: si entra e si esce dalla vita della scrittrice. La trama è quanto mai aderente al romanzo. I temi che invece escono potenti come lampi sono tanti e importanti, a volte semplicemente suggeriti da un elemento. Perché la creatura creata dal dottor Frankenstein è un mostro, ma è anche un capro espiatorio. Così come lo sono tutti i mostri, quelli che un tempo erano rinchiusi nei manicomi, quelli che, perché diversi, non sono integrati o integrabili. Lo slancio tenero e umano che arriva al pubblico è proprio quello della compagnia, un gruppo di attori uniti in una grande famiglia accogliente, farne parte è un priviliegio. Il loro lavoro sul corpo non è solo meramente professionale: quando si capisce la poesia del corpo è inevitabile che si ami e si ascolti l’altro in modo diverso, profondo. Sincero. Senza sovrastrutture. Al di là di ogni ipocrisia e convenzione. Ecco, tutto questo al pubblico arriva. Potente.

Arriva anche a Frankenstein, che da oggi noi tutti ameremo con una tenerezza nuova.

Mary Shelley sorride finalmente, anche lei.

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