The Pride

In scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano fino al 4 dicembre 2016

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fotoPrimo testo teatrale del drammaturgo Alexis Kaye Campbell (Atene 1966, di padre greco, Xomondouros, e madre inglese da cui ha mediato il cognome) – che dopo i primi studi in patria si laurea in Letteratura Inglese e Americana a Boston, studia recitazione a New York mentre lavora come cameriere e a Londra si diploma come attore recitando poi per quindici anni alla Royal Shakespeare Company, al Royal Court Theatre e all’Hampstead Theatre – The Pride (2008) ha conosciuto successi in Inghilterra, Usa, Australia e Corea ottenendo premi e riconoscimenti.

Soggetto della pièce è l’omosessualità – tematica difficile e complessa che per quanto discussa subisce ancora e non solo in Italia condizionamenti e discriminazioni – o meglio l’amore tra omosessuali analizzato e raccontato non da etero, ma dagli stessi protagonisti (l’autore ha vissuto per due lustri con il suo partner ed è quindi narratore diretto) attraverso due episodi ambientati a circa cinquant’anni l’uno dall’altro in una Londra da secoli più tollerante rispetto ad altri luoghi.

Nel 1958 in un salotto borghese, Sylvia – moglie intelligente e frustrata di Philip, marito apparentemente solido nelle proprie certezze – organizza una cena tra la coppia e Oliver, elegante e sensibile scrittore per ragazzi, per il cui libro sta realizzando le illustrazioni. Parallelamente nel 2015 in ambienti appena abbozzati, Oliver, giornalista gay, è disperato perché il proprio partner Philip, un fotoreporter serio e posato, l’ha lasciato esasperato dai suoi continui, insensati, assurdi e vili tradimenti.

Le due storie interpretate dai medesimi attori – come vuole l’autore – si dipanano a scene alterne quasi insieme di fotogrammi che sfumano gli uni negli altri con effetti cinematografici creando qualche sovrapposizione e difficoltà nella comprensione e non solo per avere i protagonisti gli stessi nomi. Entrambe evidenziano in epoche diverse echi e problemi simili quali un profondo bisogno di amore esaminato in differenti sfaccettature – che nulla hanno di diverso rispetto a quelle degli eterosessuali – e il mettere in discussione la propria organizzazione esistenziale se non la propria identità per migliorare la soddisfazione e quindi la qualità della vita.

Vera discriminante tra le due vicende è il linguaggio: riservato, discreto e quasi oppresso da un senso di colpa nella narrazione del 1958, espressione di una mentalità retriva pronta a condannare senza analizzare e comprendere, e disinibito, aperto e manifesto quello del 2015 anche per ciò che attiene alla sessualità raccontata con un realismo certo radicale, ma lontano dalla volgarità fine a se stessa che tanto diverte ed entusiasma alcune platee.

Non una grande evoluzione dalla meta del ‘900 a oggi almeno in alcuni, se numerosi codini ancora oggi si sdegnano di fronte a tali discorsi quando poi sono i primi a non avere remore nel fare del male con parole forbite e azioni subdole.

Uno spettacolo profondo splendidamente recitato da Luca Zingaretti, anche ottimo ed equilibrato nella regia (questa è la sua quarta), che ha creato un gruppo coeso, ben affiatato e pronto nell’effettuare con abilità e naturalezza i cambi di ruolo passando dal registro drammatico a quello comico senza uscire dalle righe.

Tutti degni di nota gli attori tra cui veramente convincente Maurizio Lombardi, artista poliedrico che spazia dal cinema al teatro classico e di ricerca, schivo e raffinato nel primo ruolo e istintivamente spontaneo nella situazione più libera della seconda storia in cui tuttavia pare che certi comportamenti siano quasi il contraltare dell’eccessiva chiusura e demonizzazione del passato quando si considerava l’omosessualità una malattia psichiatrica da affrontare con cure estreme.

Non bisogna, infatti, credere che poter parlare di omosessualità significhi accettarla in quanto numerosi sono tuttora i preconcetti, frutto spesso di una morale reazionaria che sconfina nell’amoralità!

Interessante anche la figura femminile declinata nelle due storie con sfaccettature diverse, eppure simili nelle vibrazioni materne, nella capacità di comprendere e nella generosità di accettazione del bene dell’altro anche quando costui ammette di non essere etero, anche se questo significa cancellare non tanto l’amicizia, quanto il rapporto coniugale in cui si è annullata dandosi completamente al coniuge.

Fulcro della pièce è l’amore in tutte le sue complesse e multiformi sfumature: amore verso sé e verso l’altro attraverso sincera ricerca di sé e dell’altro, onestà intellettuale, capacità di autoanalisi, perdono, fedeltà… un’analisi attenta che fa riflettere su di noi e sui i nostri rapporti interpersonali.

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