“Lacci”: si può sopravvivere al matrimonio dopo la fine dell’amore?

Andato in scena al Teatro Comunale Laura Betti di Casalecchio di Reno (BO)

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fotoLacci o trappole? I legami che nominiamo eterni attraverso il sacro vincolo del matrimonio sono davvero così duraturi? E se si rompono cosa si fa? I cocci si buttano via o si rattoppano e si cerca di andare avanti per il bene delle persone coinvolte? Sono i figli i collanti di matrimoni logorati, di amori finiti? O semplicemente è la paura di ricominciare una nuova vita, di mettersi in gioco. Vigliaccheria o coraggio? Questi è altri interrogativi sono esplorati nel libro di grande successo di Domenico Starnone, uscito nel 2014 e ripreso dall’omonima pièce del regista Alessandro Pugliese, con protagonista Silvio Orlando, che ha messo in scena il racconto dello scrittore su un dramma familiare contemporaneo. “Lacci” è il titolo del libro e anche dello spettacolo teatrale, andato in scena al Teatro Comunale Laura Betti di Casalecchio di Reno (BO). Nella pièce, proprio come nel libro si susseguono i tre momenti cruciali del racconto. Il primo parla della disgregazione di un matrimonio, con tutto il dolore che questo comporta, un dolore fatto di accuse, di tradimenti, di vendetta. La fine di un amore non è mai facile da accettare, tanto meno quando ci sono anche dei figli ai quali dover rendere conto delle proprie scelte, che subiscono sì le decisioni dei genitori, ma nel contempo giudicano e soffrono.

Questa rottura si celebra, nello spettacolo di Pugliese, all’interno di un’abitazione borghese, dove la coppia rappresenta la separazione attraverso una serie di lettere che la moglie manda al marito senza mai ottenere risposta. In scena Aldo, interpretato da Silvio Orlando, è seduto su una sedia con un portamento dimesso e, chiuso in se stesso, legge in silenzio le lettere della moglie, inerme, incapace di reagire, pusillanime, le butta a terra una dopo l’altra. Sarà proprio Vanda, la moglie, a metterci a conoscenza del contenuto di queste lettere, una bravissima Vanessa Scalera, in un lungo monologo iniziale, racconta il contenuto delle missive, parla della profonda sofferenza che la attanaglia nel vedere il suo uomo innamorato di un’altra donna, parla delle difficoltà non solo pratiche, ma anche economiche che deve affrontare trovandosi sola con due figli da crescere, parla della vigliaccheria di Aldo che ha voluto cancellare non solo lei ma tutta l’esistenza precedente, figli inclusi. Un bellissimo monologo che porta lo spettatore nell’intimità di questo nucleo famigliare e nelle fessure più profonde della rottura di un amore, con le sue rivendicazioni, i silenzi, le incomprensioni.

Ma quando poi, dopo un buio cui segue un forte tonfo con conseguente scompiglio di tutto l’ordine della casa, ci troviamo i due protagonisti, Vanda e Aldo che tornano, insieme, nel loro appartamento, lo stupore è forte. Lo spettatore è disorientato e non riesce a capire cosa stia accadendo. Man mano però s’intuisce che siamo in un lasso di tempo diverso, che sono trascorsi molti anni (quaranta circa) da quelle lettere e che la coppia, non si sa come, non si sa perché, è tornata di nuovo insieme. Sarà Aldo, questa volta, la voce narrante che ripercorre i fatti partendo dalla crisi di allora, da ciò che lo portò a non reagire e raccontando, infine, il presente, la sua unione con Vanda avvizzita dal tempo e dagli eventi, fatta di un affetto divenuto ormai indolente, di sopportazione e di recriminazioni che, anche se celate, vibrano nell’aria ad ogni respiro e inquinano ogni tentativo di relazione tra i due.

Infine, aprendo la prospettiva a uno scenario ancora diverso, a un punto di vista nuovo sull’accaduto e sulle sue conseguenze, entrano in scena, nella terza parte, i figli della coppia e disvelano il loro pensiero, i loro sentimenti, i rancori inespressi nei confronti non solo del padre che ha abbandonato il nucleo famigliare, ma anche della madre, così fredda, così algida, così dura.

Tre momenti cruciali che raccontano, in tutta la sua completezza, la fine di un amore, la disgregazione, il ricongiungimento approssimativo che ne segue ma anche l’esigenza di rimanere, alcune volte, allacciati alla propria famiglia, ai figli, perché è difficile essere razionali sui legami di sangue, i cui lacci creano nodi a volte strani sì, a volte un po’ ridicoli (la scena in cui Anna chiede al papà se ha insegnato lui ad allacciare le scarpe in modo così bizzarro al figlio è sintesi e metafora perfetta delle relazioni di questa famiglia) ma spesso indissolubili.

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