Recital di Anita Rachvelishvili

Il 19 dicembre, ore 20, al Teatro alla Scala, Milano

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Foto di Brescia e Amisano
Foto di Brescia e Amisano

Mezzosoprano ANITA RACHVELISHVILI

Pianoforte DAVID ALADASHVILI

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Otar Taktakishvili

Il sole di ottobre

Nikoloz Rachveli-Memanishvili

Il resto è silenzio

1. Non ho potuto salvare nessuno

2. Ninna nanna

3. Todesfuge

Prima esecuzione assoluta

Dedicato a Anita Rachvelishvili e David Aladashvili

***

Pëtr Il’ič Čajkovskij

Notte op. 73 n. 2

No, solo chi conosce la nostalgia op. 6 n. 6

***

Sergej Rachmaninov

Vocalise op. 34 n. 14

Bimbo sei bello come un fiore op. 8 n. 8

Pensieri op. 8 n. 4

Oh, non rattristarmi op. 14 n. 8

Non cantare, bella fanciulla, in mia presenza op. 4 n. 4

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Manuel de Falla

Siete canciones populares españolas

1. El paño moruno

2. Seguidilla murciana

3. Asturiana

4. Jota

5. Nana

6. Canción

7. Polo

***

Francesco Paolo Tosti

Non t’amo più

Marechiare

Malia

***

Gioachino Rossini

Tarantella

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Stella nata in seno all’Accademia Teatro alla Scala, il mezzosoprano georgiano Anita Rachvelishvili terrà il 19 dicembre il suo primo recital solistico scaligero, accompagnata al pianoforte dal giovane connazionale David Aladashvili. Mantenendo lo sguardo verso il suo Paese d’origine, proporrà in apertura di programma la romanza Il sole di ottobre di Otar Taktakishvili (1924/1989), poi Il resto è silenzio di Nikoloz Rachveli-Memanishvili (1979), ciclo di tre liriche qui in prima esecuzione assoluta, essendo stato composto appositamente per questo concerto. Spazierà poi tra diversi repertori, con brani di Čajkovskij, Rachmaninov, De Falla, Bellini, Tosti e Rossini, dando prova della grande duttilità della sua voce.

Dopo il debutto alla Scala come protagonista della Carmen che inaugurò la Stagione 2009/10 sotto la direzione di Daniel Barenboim, Anita Rachvelishvili ha cantato in tutti i grandi teatri d’opera del mondo, per poi tornare al Piermarini nel 2015 per interpretare Amneris nell’Aida diretta da Zubin Mehta con la regia di Peter Stein. Recente il trionfale successo in Samson et Dalila all’Opéra di Parigi.

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Prezzi: da 5,50 a 35 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

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ANITA RACHVELISHVILI

mezzosoprano

Nata a Tbilisi, in Georgia, ha studiato pianoforte alla Scuola di musica “Mukhran Machavariani” e canto al Conservatorio “Vano Sarajishvili” con Manana Egadze. Ancora studentessa, ha debuttato all’Opera della sua città come Maddalena nel Rigoletto e come Olga nell’Onegin, entrando poi a far parte dell’ensemble del teatro. Nel 2007 è stata invitata a frequentare l’Accademia del Teatro alla Scala, facendosi notare da Daniel Barenboim, il quale l’ha scelta come protagonista della Carmen che ha inaugurato la stagione 2009-2010, accanto a Jonas Kaufmann come Don José. Lo spettacolo, trasmesso in diretta in mondovisione, ha dato l’avvio a una brillante carriera internazionale. Da allora ha interpretato questo ruolo, che è diventato il suo cavallo di battaglia, al Metropolitan di New York, alla Deutsche Oper e alla Staatsoper di Berlino, alla Bayerische Staatsoper di Monaco, all’Opera di Seattle e a quella di San Francisco, al Teatro Regio di Torino, alla Canadian Opera Company di Toronto e all’Arena di Verona.

Nell’autunno del 2011 ha debuttato alla Carnegie Hall accanto ad Angela Gheorghiu e a Jonas Kaufmann come Principessa di Bouillon in una versione da concerto dell’Adriana Lecouvreur di Cilea. Ha poi interpretato Isabella nell’Italiana in Algeri alla Scala e il ruolo eponimo in Orfeo ed Euridice di Gluck al Festival Castell de Peralada.

Nella stagione 2013-2014 è stata Končakovna nel Principe Igor al Metropolitan, dove l’opera di Borodin mancava dal 1917. Ha ripreso il ruolo di Carmen all’Opera di Roma, alla Staatsoper di Monaco e alla Staatsoper di Berlino, al Covent Garden e all’Arena di Verona, dove ha interpretato anche Amneris. La stagione 2014-2015 è iniziata sotto il segno di Carmen, che ha cantato al Metropolitan e poi ancora alla Scala, dove è stata anche Amneris in un nuovo allestimento di Aida diretta da Zubin Mehta. Ha ripreso questo ruolo all’Opera di Roma, ha tenuto un recital al Mariinskij di San Pietroburgo e ha cantato nel Requiem verdiano diretto da Christian Thielemann al Festival di Pasqua a Salisburgo.

Nella stagione 2015-2016 ha interpretato ancora Carmen a Londra e a Toronto nonché il Requiem di Verdi alla Scala, è stata Marfa nella Chovanščina di Musorgskij alla Nederlandse Opera e ancora Amneris all’Opéra di Parigi, oltre a esibirsi in concerti con l’Orchestra della RAI a Torino e nel suo primo recital da solista alla Carnegie Hall con il pianista David Aladashvili, che l’ha accompagnata anche al Festival di Peralada.

I suoi impegni per la stagione 2016-2017 comprendono Dalila nel Samson et Dalila all’Opéra di Parigi, Azucena nel Trovatore al Covent Garden, Amneris alle Chorégies d’Orange e ancora Carmen a Monaco, a Parigi e alla Lyric Opera di Chicago.

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DAVID ALADASHVILI

pianista

Ha iniziato lo studio del pianoforte con Leila Mumladze a undici anni e a quindici è stato ammesso alla Scuola Speciale di Musica di Tbilisi, vincendo la borsa di studio concessa dal Presidente della Georgia. Ha partecipato nel 2001 al Concorso Internazionale della Georgia per giovani pianisti e nel 2005 al Festival Internazionale Vladimir Spikanov a Mosca. Nel 2007 è stato invitato alla prestigiosa Juilliard School di New York, dove ha studiato per sei anni con Matti Raekallio and Jerome Lowenthal, ottenendo la borsa di studio Susan W. Rose e conseguendo nel 2012 la laurea triennale e nel 2014 quella magistrale. Nel 2011 e nel 2013 ha frequentato l’Internationale Sommerakademie del Mozarteum di Salisburgo, perfezionandosi con Karl-Heinz Kämmerling e Dmitri Bashkirov. Si è esibito come solista e in concerto con importanti orchestre in Europa e in America. Nel 2010 ha debuttato alla Carnegie Hall di New York, dedicando il suo recital al giovane campione georgiano di slittino Nodar Kumaritashvili, morto in un incidente durante le prove per la gara olimpica alcuni giorni prima. Altre esibizioni recenti comprendono il Secondo Concerto di Chopin con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Georgia diretta da Nikoloz Rachveli e uno spettacolo di sua ideazione, in cui un gruppo di studenti di tutto il mondo ha eseguito alla Juilliard School un programma composto esclusivamente di musiche georgiane. Molto legato alle proprie radici e al suo Paese, si impegna a livello internazionale per rendere la musica classica più accessibile ai giovani, sia con i suoi recital sia organizzando programmi didattici con l’organizzazione non profit da lui fondata, Young for Young, che invita giovani artisti di tutto il mondo a esibirsi a favore dei giovani indigenti. Nell’estate del 2016 ha girato la Georgia tenendo masterclass per bambini e ragazzi nei villaggi del Paese ed esibendosi in recital gratuiti anche all’aperto, sulle montagne della Svanezia come pure sulle rive del Mar Morto, per diffondere la musica classica tra un pubblico inconsueto.

La sua prima incisione discografica, intitolata Opus 13, raccoglie svariati brani di autori classici e contemporanei ispirati al numero 13, la data del suo compleanno in aprile. Il CD comprende opere di Skrjabin e di Schumann, più tredici pezzi inediti scritti appositamente per il pianista da altrettanti giovani compositori. I suoi prossimi impegni comprendono concerti in Europa, in America e nella sua Georgia, una tournée in Sudafrica e numerosi recital con Anita Rachvelishvili, con la quale si esibisce regolarmente in tutto il mondo.

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VARIETÀ DI LUOGHI E PASSIONI

La storia politica e culturale della Georgia è stata segnata dalla sua posizione al confine tra Asia ed Europa, Oriente e Occidente. Quando ai primi dell’Ottocento il Paese fu annesso all’Impero russo, la sua capitale Tbilisi fu invasa prepotentemente dalla musica d’arte occidentale scritta da autori stranieri; ma in quella terra la tradizione musicale popolare era così ricca e forte da spingere i compositori locali a sviluppare un linguaggio proprio, frutto della sintesi tra elementi occidentali e nazionali. L’amalgama di queste due tradizioni differenti proseguì per tutto il Novecento, come dimostrano i lavori di Otar Taktakishvili, nei quali si nota la fruttuosa convivenza di materiale folkloristico con elementi della musica corale ortodossa e con una solida conoscenza del repertorio europeo. A partire dagli anni Cinquanta Taktakishvili concentrò i suoi sforzi sulla produzione vocale, scrivendo principalmente opere e oratori, ma anche romanze da camera su versi dei più grandi poeti nazionali, come il simbolista Galaktion Tabidze, autore di Il sole di ottobre.

Tra i musicisti georgiani che hanno raggiunto l’affermazione dopo l’indipendenza del loro Paese, avvenuta nel 1991, c’è il giovane Nikoloz Rachveli-Memanishvili. Attualmente Rachveli affianca la sua attività di compositore a quella di direttore, che svolge conducendo l’Orchestra Sinfonica della Georgia e collaborando con diverse orchestre europee. Il suo lavoro The rest is silence, creato appositamente per il concerto di Anita Rachvelishvili e di David Aladashvili alla Scala, nasce dal tentativo di dare voce al dolore dei profughi, delle vittime delle guerre e del terrorismo, di coloro che subiscono torture e repressione. Si tratta di un ciclo di tre liriche che mescola elementi della cultura georgiana e di quella europea, come confermano il titolo di ispirazione shakespeariana e la scelta di testi accomunati dal tema della paura e del pianto, ma scritti da autori diversi, come Paul Celan e i georgiani Emanuel Harussi e Vazha Pshavela.

I grandi poeti, privilegiati dai musicisti a partire dal Novecento, s’incontrano più raramente nel repertorio vocale cameristico del secolo romantico. Per la sua abbondante produzione di romanze Čajkovskij, ad esempio, indirizzava la sua attenzione verso poesie belle piuttosto che sublimi, poiché gli concedevano una maggiore libertà espressiva. L’ultimo oscuro poeta che seppe ispirarlo fu Daniil Ratgauz, uno studente di diritto che nel 1892 gli inviò alcune poesie debordanti di sentimento. Čajkovskij le trovò squisite e, l’anno successivo, ne scelse sei per la raccolta di romanze op. 73, il suo ultimo lavoro compiuto. Tra le liriche, Notte è la più famosa e, sin dalle prime battute, conferma la predilezione dell’autore per i temi che trascinano il loro carico di amarezza attraverso lunghe scale discendenti. Naturalmente, nell’elenco dei poeti scelti dal musicista non mancano i grandi nomi, come quello di Goethe: dal suo Wilhelm Meister proviene la poesia No, solo chi conosce la nostalgia, già utilizzata da Schubert e da molti altri compositori. La versione di Čajkovskij, scritta nel 1869, si presenta come un lamento dolcissimo, ricco di sfumature dinamiche e accompagnato da semplici accordi.

Mentre lavorava all’op. 73, Čajkovskij assistette alla rappresentazione dell’opera di un musicista esordiente: Aleko, di Sergej Rachmaninov. Čajkovskij ne rimase così impressionato da interessarsi personalmente al giovane collega, aiutandolo a trovare un editore per le sue creazioni. Stimolato da questa opportunità, Rachmaninov compose le Sei romanze op. 4, tra le quali spicca Non cantare per me, bellezza mia, in cui le inflessioni esotiche si associano al testo di Puškin per evocare, proprio come in Aleko, la vita tzigana. Nella sua seconda raccolta di romanze, l’op. 8, il compositore esplora stati d’animo molto diversi: dalla felicità ingenua di Bimbo, sei bello come un fiore, che si esprime attraverso una melodia sognante, quasi da ninna nanna, allo sconforto di Per mia disgrazia, mi sono innamorata, una ballata breve che finisce con un vocalizzo pregno di pianto. Nell’ottobre del 1893, mentre attendeva la pubblicazione dell’op. 8, Rachmaninov fu raggiunto dalla notizia della morte di Čajkovskij e si sentì smarrito. Nonostante gli risultasse sempre più difficile comporre, nel 1896 completò la raccolta di romanze op. 14, per la quale scelse versi dei poeti prediletti da Čajkovskij, come ad esempio Apukhtin, autore di Oh, non essere triste a causa mia. Qui le sincopi e le terzine del pianoforte accentuano la drammaticità delle parole. Tra le liriche di Rachmaninov Vocalise, del 1915, è la più celebre: protagonista della pagina è una melodia struggente, intonata sulla vocale “a”, così bella da aver spinto diversi musicisti a trascriverla per i propri strumenti.

Anche le Siete canciones populares españolas di Manuel de Falla, composte nel 1914, si eseguono correntemente in versioni strumentali. L’autore trovò l’ispirazione per questo lavoro durante l’ultimo periodo del suo soggiorno parigino, quando diversi suoi colleghi, tra cui Maurice Ravel, s’interessarono all’armonizzazione di canti popolari. Per la raccolta scelse canzoni provenienti da diverse regioni di Spagna e le trattò liberamente, perché, secondo la sua dichiarazione, gli interessava “rimanere fedele unicamente al loro spirito”; degli originali conservò in modo riconoscibile la melodia, arricchendola di abbellimenti, e aggiunse un accompagnamento pianistico sontuoso, che gioca con le imitazioni di strumenti tradizionali come la chitarra e le nacchere. I pezzi sono organizzati secondo un disegno simmetrico che vede al centro Jota, pagina in cui una vivacissima introduzione del pianoforte schiude l’intimità di un timido amore clandestino. A fare da cornice a Jota ci sono due pagine lente e intime: la dolorosa Asturiana e Nana, una ninna nanna che tradisce le sue origini andaluse per il frequente uso delle appoggiature. Seguidilla murciana e Canción affrontano il disinganno amoroso con ironia, mentre la prima e l’ultima canzone lo fanno con fatalismo: entrambe infatti finiscono con “Ay!”, la caratteristica esclamazione di dolore del cante jondo. El paño moruno usa la metafora della stoffa macchiata per avvertire delle conseguenze della perdita della verginità: qui l’accompagnamento è contraddistinto dall’uso di sincopi e da arpeggi che imitano il rasgueado, tecnica chitarristica tipica del flamenco. Polo, che appartiene a quella stessa tradizione musicale, chiude la raccolta in tono febbrile: le note ribattute e le formule ripetitive del pianoforte amplificano la rabbia disperata del canto.

Francesco Paolo Tosti è stato uno dei musicisti più amati nei salotti dell’Italia umbertina, così come in quelli dei sudditi della regina Vittoria. Il segreto del suo successo erano lo stile arioso e gli accompagnamenti discreti, capaci di mettere in risalto la voce; proprio per questo, ogni signorina della buona società che sapeva cantare si portava appresso le sue liriche, in modo da poterle eseguire alla prima occasione. Tra le predilette c’erano Non t’amo più e Malia. Nella prima, il contenuto sentimentale è reso ancora più intenso dall’alternanza, nella parte vocale, di linee melodiche morbide e di una frase in stile parlato, “Te ne ricordi ancor?”; nella seconda, l’incantesimo d’amore si traduce in una melodia sensuale scandita da un ritmo regolare. L’amore celebrato nelle liriche di Tosti non è soltanto quello che si confessa nell’intimità, ma anche quello che si canta nelle serenate notturne, come dimostra Marechiare. Per la sua creazione più famosa, il musicista prese a prestito la cifra musicale di un “posteggiatore”, un tipico cantante ambulante napoletano, e, trascrivendola, seppe mantenere tutta la sua schiettezza e il suo ardore. Anche Gioachino Rossini si arrese alla solarità della musica popolare napoletana e nel 1835 compose La danza, una tarantella così autenticamente partenopea che, a metà Ottocento, in ogni locale affacciato sul golfo c’era un’orchestrina che la eseguiva.

Liana Püschel

dal programma di sala del Teatro alla Scala

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