Afghanistan: il grande gioco

Dal 17 gennaio al 5 febbraio al Teatro Elfo Puccini, Milano

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di Stephen Jeffreys, Ron Hutchinson, Joy Wilkinson, Lee Blessing, David Greig

traduzione Lucio De Capitani

regia Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani

con Claudia Coli, Michele Costabile, Enzo Curcurù, Leonardo Lidi, Michele Radice, Emilia Scarpati Fanetti, Massimo Somaglino, Hossein Taheri

scene e costumi di Carlo Sala

video Francesco Frongia

luci Nando Frigerio, suono Giuseppe Marzoli

coproduzione Teatro dell’Elfo ed Emilia Romagna Teatro Fondazione

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The Great Game – Afghanistan è un affresco teatrale diviso in tredici stazioni che il Tricycle Theatre di Londra ha commissionato ad altrettanti autori per raccontare il rapporto complesso e quasi sempre fallimentare che l’Occidente ha avuto con l’Afghanistan, stato che per la sua posizione geografica riveste un’importanza fondamentale nello scacchiere mondiale. Il progetto ha debuttato nell’aprile 2009 e ha riempito il teatro per tre mesi, elogiato dal Daily Telegraph come dal Guardian (“qualcosa di importante è accaduta al Tricycle dove la storia e la cultura dell’Afganistan sono state portate in scena in un modo emozionante e provocatorio”). L’anno seguente è stato replicato anche negli Stati Uniti (Washington, Minneapolis e New York).

Il Tricycle Theatre ha suddiviso questo spettacolo in tre capitoli: Invasione e indipendenza 1842 – 1930, Il comunismo, i Mujaheddin e i Talebani 1979 – 1996 ed Enduring Freedom 1996 – 2010.

Il Teatro dell’Elfo continua la sua indagine sulla drammaturgia anglosassone e trova in questa grande epopea, che copre un arco di tempo che va dal 1842 ai giorni nostri, una nuova e irrinunciabile occasione di teatro che racconta il presente. Il progetto, suddiviso in due parti, viene realizzato in coproduzione con Emilia Romagna Fondazione Teatro, già partner dell’Elfo nel progetto pluriennale di Angels in America.

Per la prima parte, che debutta a Milano il 17 gennaio 2017, i registi Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani hanno scelto tre testi che riguardano il periodo 1842 – 1930: Trombe alle porte di Jalalabad di Stephen Jeffreys (ambientato nel corso della prima guerra anglo-afgana), La linea di Durand di Ron Hutchinson (protagonisti l’emiro Abdhur Raham e Sir Henry M. Durand che discutono sull’opportunità di tracciare un confine tra l’Afghanistan e l’India Britannica) e Questo è il momento di Joy Wilkinson (protagonisti il re Amannullah Khan e la regina Soraya in fuga dall’Afghanistan verso l’Europa). Oltre a questi hanno scelto due testi che raccontano il periodo 1979 – 1996: Legna per il fuoco di Lee Blessing (una spy story che contrappone il direttore della CIA a Islamabad e il direttore dell’Intelligence del Pakistan) e Minigonne di Kabul di David Greig (che mette in scena un’intervista immaginata o sognata tra una scrittrice e Najibullah, presidente dell’Afghanistan tra il 1987 e il 1992).

Queste cinque storie notturne, sospese tra realismo e sogno, vedono materializzarsi personaggi che attraversano due secoli: semplici soldati, nobili e diplomatici senza scrupoli, spie, emiri, giovani re e regine, comandanti e mujaheddin.

La seconda parte debutterà nel 2018.

«Il londinese Tricycle Theatre diretto da Nicolas Kent e Indhu Rubasingham – spiega Bruni – è la più grande officina di teatro politico inglese; nel 2004 ha messo in scena Guantànamo (per citare il testo più famoso, rappresentato anche nel West End, a New York e al Congresso degli Stati Uniti). Il progetto The Great game è però un caso clamoroso: il generale David Richards, capo delle Forze armate in Afghanistan, l’ha talmente apprezzato da obbligare i reduci di quella guerra e i soldati in partenza ad assistere allo spettacolo. Se l’avessi visto prima, scrisse sul Times il 3 agosto 2010, sarei stato un generale migliore. Era così convinto che organizzò due recite per il personale del Pentagono».

«Il primo atto, Trombettieri alle porte di Jalalabad di Stephen Jeffreys – continua Bruni – è la storia di quattro trombettieri che scrutano l’orizzonte: il figlio del khan ha promesso agli inglesi un ritiro in pace, ma su 220 mila uomini ne arriveranno in India solo 70, gli altri verranno trucidati. È metafora e parabola del disastro: questa terra è una trappola geografica dalla quale non puoi più uscire». L’ultimo capitolo in scena quest’anno è Minigonne di Kabul di David Greig «che racconta di Najibullah, l’emiro filosovietico che negli anni Ottanta fece una fine orrenda per colpa degli integralisti talebani. Greig ci parla di quella Kabul frequentata anche da italiani (tra cui il pittore Alighiero Boetti) di quell’albergo chiamato One perché costava un dollaro. La prima parte del nostro spettacolo arriva alla fine dell’influenza occidentale; i capitoli sui talebani e su Enduring Freedom saranno allestiti l’anno prossimo».

Bruni conclude: «Afghanistan, il Grande Gioco fa parte di quel teatro anglosassone che ci piace. La storia dei rapporti tra Occidente e Afghanistan è metafora di tutti gli errori fatti in Medio Oriente e Asia anche per ignoranza: ci piace che venga raccontato un periodo di cui si sa poco ma ci coinvolge tanto, riaffermando l’idea di un teatro che parla di civiltà continuando a essere vivo». E aggiunge De Capitani: «Vorremmo trasmettere anche noi la coscienza di quanto sia paradigmatica la storia di 180 anni di rapporti tra Occidente e Afghanistan».

L’espressione ‘il grande gioco’ è stata utilizzata per la prima volta nel 1827 da un ufficiale britannico per definire il conflitto, caratterizzato soprattutto dall’attività delle diplomazie e dei servizi segreti, che contrappose Gran Bretagna e Russia in Medio Oriente e Asia centrale nel corso di tutto il XIX secolo. Rudyard Kipling ha introdotto l’espressione ‘the great game’ nel racconto Kim facendola diventare di uso comune.

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ELFO PUCCINI, sala Fassbinder, corso Buenos Aires 33, Milano – Martedì-sabato ore 20:00 / domenica ore 15:30 – Info e prenotazioni 02/0066.06.06 – www.elfo.org – PREZZI: Intero 32.50 € – Martedì 21.50 € – Ridotto giovani e anziani 17 €

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