Dichiaro guerra al tempo

Al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 28 gennaio 2017

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Foto di Fabio Gatto

da I Sonetti di William Shakespeare

con Manuela Kustermann e Melania Giglio

regia Daniele Salvo

costumi Daniele Gelsi

musiche Prince, Pink Floyd, David Bowie, Nat King Cole, Elisa, Joni Mitchell

produzione La Fabbrica dell’Attore, Teatro Vascello e Festival La Versiliana

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Quello di Melania Giglio è uno Shakespeare cavernoso dai tratti oscuri e bui. Un fantasma di dannazione, un uomo tormentato, ossessionato: da un lato l’ispirazione appare come bagliore di un mondo eternamente dorato, dall’altro preme la terribile constatazione che il tempo passa senza lasciare scampo alcuno, correndoci alle calcagna. Il poeta vive così il disperato tentativo di ribellarsi a questa deriva irrefrenabile dell’essere umani, lacerando nella lotta le vesti, reali e metaforiche, urlando le proprie passioni e trovando qualche breve momento di morbidezza nella speranza che tutto il proprio esistere non sia vano. Le attrici si muovono in una cornice scenografica essenziale di linee bianche e immagini video realmente suggestive, scorcio di paesaggi onirici, in un’alternanza tra parole, quelle dei sonetti di Shakespeare, e brani musicali, cantati con sorprendente abilità tecnica da Melania Giglio. Purtroppo, però, i contenuti che lo spettacolo vuole proporre alla scena sono intuiti soltanto dalla razionalità. Nonostante l’abilità tecnica, l’interpretazione delle due attrici non arriva a un effettivo coinvolgimento animico del pubblico, a una vera condivisione di sensazioni.

Ecco che emergono quesiti sulla dedizione alla tecnica attoriale. La Giglio è interprete tecnicamente ineccepibile di sfumature profonde e anche animali dell’animo umano, ma sembra quasi sopraffatta dalla sua stessa sapienza tecnica, una splendida macchina collaudata per brillanti performances, che nella dimensione intima della sala AcomeA non dà però l’idea di aprire il proprio cuore alla scena, di alimentare il filo rosso di congiunzione tra il cuore suo e quello degli spettatori. Lo stesso vale per la Kustermann, che propone una versione fin troppo neutra dei sonetti.

Tutto ciò deposita la fruizione su un mero piano mentale, che fa sì apprezzare l’impianto scenico, ma non rende onore né al testo né all’esperienza delle due attrici, le quali potrebbero invece sicuramente ambire a una ricerca di maggiore sostanza umana.

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