HO.ME

Andato in scena il 20 gennaio 2017 all’Auditorium Centro Sociale di Salerno

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produzione Compagnia Vernicefresca Teatro

da un’idea di Martha Festa

drammaturgia di Valentina Gamna

con Jessica Festa, Martha Festa, Rossella Massari, Arianna Ricciardi

regia Massimiliano Foà

sonorizzazioni e musiche originali Massimo Cordovani

Costumi Simonetta Ricciarelli

Elementi scenografici e disegno luci Maurizio Iannino

Locandina Alessia Bussini

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Lo spettacolo, che ha debuttato il 17 settembre 2016 a Milano Vincitore della III Edizione del Bando AMAPOLA R-esistenze Creative della FE Fabbrica dell’Esperienza, ha aperto la seconda stagione Mutaverso Teatro ideata e diretta da Vincenzo Albano di Erre Teatro.

Una città affacciata sul mare, una collina da cui si avvistano balene, mucchi di scarpe senza più padrone e una vicina che se ne va in giro con un fucile carico. Questa è la vita delle due sorelle di HO.ME. Una vita fatta di certezze e di divieti mossi da un atavico terrore nei confronti di tutto ciò che è diverso. Un giorno, però, dal mare arriva una straniera.

HO.ME racconta di come l’uomo, in un mondo sempre più ostile, tenti di proteggersi da una fine che sente imminente.

I personaggi di HO.ME inventano stratagemmi per sentirsi più sicuri e, così facendo, diventano ogni giorno più soli. Trattengono le redini con forza quando invece basterebbe solo lasciarsi andare, lasciar andare.

[Valentina Gamna]

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Quattro donne in scena ognuna diversa ed uguale alle altre, vestite di grigio, con una camicia asimmetrica nell’orlo, anomalia che conferma la maniacalità dell’elemento “altro” che pure rientra metodico e preciso nell’apparente volontà di deviazione trasgressiva dell’Ordine.

Testo scarno, che lascia spazio ai movimenti gestuali in sostituzione delle parole.

Come tutto cambia quando ci si avvicina una delle ultime battute pronunciata da una delle attrici dopo aver abbandonato il luogo confortevole ma asfittico della propria casa…

Come tutto cambia quando ci si avvicina è davvero esplicativo del loro punto di vista ed è sicuramente la chiave di lettura dello spettacolo.

Chiuse in una gabbia senza pareti, in una prigione senza sbarre, vivono la loro esistenza grigia nella ripetizione di gesti inventati e di convenzioni esasperate. Sicure nella loro casa si affannano nella minuziosa ricerca di operazioni quotidiane atte a garantire la perfetta somiglianza e sincronia fra loro che son sorelle ma forse non lo sono per davvero.

Si intuisce un lavoro sul corpo che produce una gestualità ritmata nella reiterata manifestazione che sfuma nella monotonia, come forse è giusto che sia, di una vita prudente, senza slanci né curiosità. Tutto è lì dentro e il mondo si può solo immaginare salendo su una scala da cui si scorgono balene, simboli ed icone del pericolo sconosciuto e pertanto sempre più minaccioso, che aspetta al di fuori.

Ma tutto può cambiare all’improvviso se dalla porta lasciata aperta per dimenticanza, o forse per un’ inconfessata voglia di sfidare il destino, entra inaspettatamente un fuggiasco, scappato dal recinto di “quelli che non devono entrare”.

Li hanno contati…. ne manca uno… una donna”. Un fucile in mano ad un’altra donna, la vicina, porta in scena l’impatto violento di una guerra fra popoli, distanti eppur così pericolosamente vicini.

Quattro donne che non hanno un nome proprio: le due sorelle, che forse non lo sono, la straniera-sorellastra, la vicina. Questo mondo grigio, monotono, ripetitivo, maniacale, al limite dello spasmodico patologico involutivo affanno della conservazione della propria sicurezza personale viene interpretato al femminile. Perché? Le donne sono generatrici di novità in quanto intuitive rappresentanti del genere umano, ma pure destinate alla conservazione della tradizione.

Vestali inconsapevoli del proprio ruolo. Angeli del focolare, il cui fuoco diviene fiamma delle candele, accese e spente di continuo, come se il tempo fosse ritmato dallo sfregare di un cerino.

Il dentro e il fuori messi a confronto, e la sfida fra il rimanere e l’andare è la scelta da affrontare.

La scenografia essenziale risulta funzionale ai movimenti e gli oggetti (abbondanza di scarpe e scarponi ormai senza padroni) teli e lenzuola, ciotole ripiene d’acqua, rimandano ad un Teatro Povero e ad una ricerca di sperimentazione teatrale degli anni ’70-’80 del secolo scorso.

Il Novecento è stato generoso e gravido di idee e di Esperimenti in ogni campo della cultura e non è facile oggi aprire nuove strade senza che qualcuno ricordi di averle già percorse.

Ma tutto è nuovo per chi non lo ha mai fatto né visto, come un quotidiano del giorno prima può essere aperto con sincero desiderio di notizie.

Il pubblico numeroso ha applaudito con calore.

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