Il deserto dei tartari

In scena fino al 29 gennaio 2017 al Teatro Niccolini, Firenze

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Foto di Serena Pea

Sono le prime parole gettate da Buzzati sulla carta e adesso gettate sullo sfondo che diventano incipit anche dello spettacolo, con la regia e l’adattamento teatrale di Paolo Valerio. Un spettacolo che non si distacca dal libro ma con il quale si intreccia, prendendone i passi più importanti: <<era quello il vero principio della sua vita>>. La storia è quella di Giovanni Drogo che diventa ufficiale e viene mandato, inizialmente soltanto per due mesi, in un non identificato distaccamento militare, la Fortezza Bastiani. Il viaggio, così come tutta l’esistenza del protagonista, sono raccontati anche attraverso i disegni, originali dello scrittore, e i video di Raffaella Rivi, che vengono fatti susseguire su uno schermo a scomparsa, con le luci di Enrico Berardi, che diventando poi lo sfondo di una scenografia, di Antonio Panzuto, volutamente molto scarna e che si unisce, anche cromaticamente, con il retropalco. Drogo quando arriva alla fortezza è curioso di vedere quel panorama che viene descritto come monotono e stupidissimo, al quale però non si può accedere se non per il passaggio sulle mura o grazie a una feritoia. È proprio da quest’ultima che Drogo, insieme a Morel, vede per la prima volta il deserto: <<ci sono quelli che dicono di aver visto>> racconta il compagno, un vulcano da cui deriverebbe tutta quella nebbia, oppure nei giorni limpidi delle torri bianche, o addirittura delle foreste. Questa è la prima percezione che Drogo ha dell’ignoto, a cui si accompagna quasi subito quella della solitudine, ampliata anche dal forte silenzio di una fortezza che dorme da anni.

Uno dei momenti più significativi del libro e della rappresentazione è forse quando Drogo va dal sarto per comprarsi un mantello ma da un’azione così semplice scaturisce un consiglio <<lei che è appena arrivato stia attento!>> dice il fratello del sarto <<ad andar via!>> un consiglio che si trasforma subito in amara preveggenza <<anche lei finirà per restare, mi basta guardarla negli occhi!>>. Da questo momento, il tempo viene anche scandito da altri sette mantelli, creati insieme a tutti i costumi blu da Chiara Defant, presi uno alla volta dagli attori – Alessandro Dinuzzi, Simone Faloppa, Emanuele Fortunati, Marco Morellini, Roberto Petruzzelli, Stefano Scandaletti – che, a rotazione, interpreteranno il protagonista nelle varie tappe della sua vita.

Egli prova a tornare in città con l’espediente di una licenza del medico ma prima che possa essere firmata, Buzzati lo fa rinunciare e così, felice e spavaldo viene travolto <<per fiera e militaresca bellezza>>. L’ufficiale sente, certo, la fuga del tempo e il destino che preme ma il pensiero che egli, lassù confinato, possa aspettare la morte lo fa sorridere perché è sicuro che ancora non lo riguardi. E se non personalmente, assiste invece a quella di due compagni, del maggiore Tronk e di Piero Augustina, ma nonostante tutto, il tempo ritorna a trascorrere identico a prima.

<<Nessuno si ricorda di lei, ritorni finché ha tempo>> viene intimato Drogo, e così torna a casa dalla madre e dalla donna amata, interpretata da Marina la Placa (che è anche voce accompagnarice e il theremin), ma lascerà entrambe perché quello non è più il suo posto, o forse è proprio il mondo che non lo è avendo constatato con i propri occhi che esso continua a girare senza bisogno di lui.

Da quel giorno passano 15 lunghi anni e alla fortezza arriva un nuovo soldato, simile nel modo di parlare, nel modo di porre le domande e nelle aspettative, a lui che è passato di grado. Il che significa anche che è diventato vecchio e forse riuscirà a vedere la guerra contro i Tartari, ma con il suo fisico malato, le sue speranze convogliano soltanto in una veloce guarigione. Una guarigione che arriverà con la morte, solitaria e in una stanza anonima perché viene fatto spostare da un suo ex collega a causa dell’imminente arrivo dei nuovi ufficiali per fronteggiare la tanto attesa guerra contro il Nord. E con gli attori tutti in scena, che sussurrano suggestivamente la chiusa del libro, Drogo muore non avendo perso la battaglia tanto attesa, ma avendo vinto la sua battaglia personale.

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