Elvira

In scena fino al 12 marzo 2017 al Teatro Niccolini, Firenze

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In Elvire Jouvet 40 Brigitte Jacques trascrisse le Sette lezioni di Louis Jouvet a Claudia sulla seconda scena di Elvira nel Don Giovanni di Molière. Attraverso il monologo in cui Donna Elvira, nel quarto atto dell’opera, perdona Don Giovanni e lo supplica di fare il possibile per salvarsi, Jouvet esprime una visione del teatro che è anche e soprattutto visione del mondo. Toni Servillo costruisce uno spettacolo che, per usare le sue stesse parole, ci mostra la «fenomenologia della creazione del personaggio» e «consiste nell’opportunità di assistere ad una relazione maieutica che si trasforma in scambio dialettico». La messinscena di questa grande lezione, di vita e di recitazione, coinvolge lo spettatore in una circostanza anomala. La potenza degli insegnamenti di Jouvet è amplificata dalla realizzazione scenica: lo spettatore ha il privilegio di assistere a una prova, di scostare cautamente il sipario e affacciarsi sul palco da un punto di vista diverso dal solito. Non è un saggio sull’arte recitativa, non è una dispensa accademica, ma un’apertura spudorata di un maestro verso un’allieva, quasi un flusso di coscienza di un artista di fronte a un’opera prorompente. C’è tutta l’arte del teatro, in un atto unico di un’ora e un quarto in cui tutto ciò che è altro dal maestro e dall’allieva è superfluo. C’è un testo limpido e patetico come quello di Molière, una «commedia misteriosa», per citare ancora una volta il regista, una pièce che mette a dura prova anche gli attori più affermati. C’è il rapporto complesso tra l’interprete e l’interpretato, tra il personaggio e chi ne fa le veci. C’è, manifesta, l’eterna intima lotta tra i significati del tradere latino, che da “tramandare” diventa col tempo “tradire”, e dell’hypokrités greco, che trasforma un “attore” in un “bugiardo”. C’è, insomma, la primaria ambizione e il fine ultimo del recitare: donare sé stessi, nei panni di un altro, per far vivere un’emozione. Quello che Jouvet trasmette a Brigitte Jacques tra il febbraio e il settembre del 1940 è un’emozione tanto forte quanto quella che ella deve provare per farsene interprete. L’attore francese ripete più volte ai suoi allievi «avrete imparato qualcosa il giorno in cui avrete avuto questa rivelazione interiore di ciò che siete in relazione a ciò che fate».

L’attore partenopeo si fa affiancare per questo spettacolo dalla giovane Petra Valentini, che impersona l’allieva Claudia. Ruolo difficilissimo, con un’interpretazione un po’ sottotono, forse voluta dal regista per evidenziare la fervida realtà del proprio personaggio a confronto con l’impacciato sforzo della ragazza. Claudia ripete la stessa scena varie volte, modificandola secondo i suggerimenti del maestro, ma senza mai arrivare all’obiettivo prefissato. Di ogni particolare, dalla velocità del passo alle pause della voce, l’allieva farà tesoro prendendosi il tempo di sentirlo proprio, e lo stesso farà il pubblico, vedendo ogni volta nel monologo qualcosa di più vicino a sé. Il successo di Toni Servillo in Elvira sta nel rendere spettacolo la costruzione dello stesso, nell’intrattenere il pubblico con la fatica propedeutica al teatro. Ma sta anche nel donare agli spettatori una consapevolezza forte di ciò che l’arte scenica costituisce per l’uomo: un eterno tentativo di rendere vere le parole scritte da qualcun altro e dunque, in definitiva, di provare in cuor proprio ciò che smuove l’animo di un altro.

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