Il deserto dei Tartari

Andato in scena al Teatro Niccolini, Firenze

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Il deserto dei Tartari è forse il manifesto di tutta l’opera di Buzzati, certo uno dei suoi testi più celebri. Difficilissimo portare in scena un romanzo introspettivo, ancor più se di un autore tanto amato. Paolo Valerio cura una regia che vuole restare il più possibile fedele al testo, tanto da riportare sulla scenografia i passi salienti, accompagnati dalla lettura di un attore, spesso fuori tempo.

Giovanni Drogo, da poco nominato ufficiale, viene distaccato nella fortezza Bastiani, sul confine. Ride sguaiatamente alla notizia, euforico, pronto a partire per dare un senso alla sua esistenza e alla sua scelta di difendere la patria. Aspetta la guerra, Giovanni Drogo, freme al solo pensiero, così è deluso alla vista di un luogo tanto lontano dalla civiltà. Aspettano il nemico dal nord – gli dicono alla fortezza. Qualcuno lo aspetta da mesi, qualcuno da anni, altri da tutta la vita. Il giovane ufficiale decide subito di andarsene il prima possibile da lì, vuole andare sul fronte, combattere davvero, vedere il nemico in faccia. Qualcosa però lo blocca. Riesce, di soppiatto, ad affacciarsi dal lato nord, verso il deserto. Lo chiamano il deserto dei Tartari perché un tempo doveva essere abitato da loro, ma forse è soltanto una leggenda. Quando passa tanto tempo, la verità e la leggenda si confondono. Non l’aveva mai visto, Giovanni Drogo, un deserto. Piatto, vuoto, stupido. Eppure sembra sempre di intravedere qualcosa, là in fondo, che si muove, si avvicina, forse sta per attaccare. Passano gli anni nella fortezza Bastiani, con soldati che vanno e che vengono, ma per lo più restano, in attesa del nemico che verrà dal deserto dei Tartari, su da nord.

Giovanni Drogo invecchia e con lui cambiano volto gli attori che lo interpretano, seguendo il corso della sua vita e spogliando il protagonista del suo nome. L’eterna attesa di Drogo è in fondo quella di tutti noi, un’inerzia spossante che ci trasciniamo dietro e che ci consuma. La corsa contro il tempo di chi ha paura che la morte lo colga impreparato, senza esser riuscito a compicciare qualcosa.

Trent’anni di servizio alla fortezza Bastiani valgono a Drogo il grado di maggiore, ma una malattia lo costringe a rimanere a letto per giorni. Proprio quando ha raggiunto una posizione di comando, proprio mentre è degente, nella sua stanza singola e vuota che si è guadagnato con fatica, arriva il nemico. Arrivano i Tartari, finalmente, il deserto non è più deserto, e Giovanni Drogo è fermo a letto. D’un tratto la fortezza Bastiani, il distaccamento, l’attesa, tutto ha uno scopo. Non è stato tempo buttato, non ha vissuto a vuoto. Drogo però sta troppo male e la sua stanza deve ospitare nuovi soldati. Sono stati chiamati due reggimenti di rinforzo, due reggimenti. Arrivano i Tartari da nord, ma Drogo deve andarsene. Morirà solo, lontano da casa sua e lontano dalla fortezza. Morirà solo ma con la certezza di aver vissuto per qualcosa, per qualcosa di reale. Non ha combattuto i Tartari, nemmeno li ha visti, ma sa che c’erano, e questo basta.

La scenografia si sfalda, minuto dopo minuto, riportando infine lo schema tripartito di immagini, parole e voce alla sola presenza degli attori che, quasi immobili, sussurrano il finale del romanzo e insieme dello spettacolo. Un tentativo, quello di restare fedeli a Buzzati, riuscito più nei momenti prettamente teatrali – nella scelta di far portare il mantello di Drogo a tutti gli attori e nei disegni dello stesso autore che fanno da sfondo al testo – più che la volontà di arricchire un momento già completo e unico come quello della lettura.

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