La pazza della porta accanto

Andato in scena al Teatro Menotti di Milano

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Foto di Ombretta De Martini

Ci muoviamo in un pulviscolo

madreperlaceo che vibra,

in un barbaglio che invischia

gli occhi e un poco ci sfibra.

Pure, lo senti, nel gioco d’aride onde

che impigra in quest’ora di disagio

non buttiamo già in un gorgo senza fondo

le nostre vite randage.”

[Eugenio Montale, “Non rifugiarti nell’ombra” da “Ossi di Seppia”]

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Questa è la sensazione che la regia di Gassmann sembra suggerire attraverso l’utilizzo di una tecnica che prevede il posizionamento di un velo trasparente davanti agli attori, su cui talvolta appare qualche proiezione. Tecnica, quella delle videografie, utilizzata da Gassmann anche nella regia di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”; la polverosa trasparenza di ciò che è giudicato come “follia” fa da ideale filo conduttore di queste due drammaturgie, due testi di critica e denuncia delle tecniche psichiatriche adottate nei manicomi prima della legge Basaglia (e talvolta anche poco dopo). “La pazza della porta accanto”, titolo di uno scritto in prosa della stessa Merini, indica la convinzione, ai tempi diffusa, che tra un “pazzo” e l’altro non vi sia in fondo differenza, che la differenza sia solo una mancanza rispetto a ciò che è considerato “normale”; convinzione che produce una società dell’estrema solitudine, una solitudine corale, in cui ognuno porta avanti la propria gabbia, in un percorso chiuso, come da due muri, tra umanità ed emarginazione. Le mura del manicomio si chiudono su se stesse costringendo i loro abitanti nei propri tormenti, schiacciandoli con il loro stesso peso, finché non si avvelenano con un insensato senso di colpa, finché, dopo la morfina e dopo il curaro, anche il dolore diventa palliativo, e un continuo oggi strappa le menti dallo scorrere del tempo, e non c’è Sabato, né Domenica, ma solo giorni che non si staccano dalle pareti. Dove si è spogliati di tutto e rivestiti di falsità, dove dignità e abiti vengono sfilati di dosso, dove tutto converge in un caos delirante, e anche le parole, fogli di carta nel buio, sembrano cadere in eterno, inghiottite come stelle da un cielo che non si può vedere, unico autentico appiglio al reale rimane l’Amore, rimangono i fiori e i sonetti di Shakespeare, e rimangono anche i versi di Alda. Un amore che salva, infiamma e si strugge, si libera, è fecondo, si ama e si condanna, discende in se stesso, si redime e si eleva. E quando qualcuno si innamora in manicomio, è per tutti una festa e una primavera, perché il manicomio è una cassa di risonanza. Denuncia dei trattamenti psichiatrici largamente utilizzati nell’Italia dell’epoca, questo testo di forte critica è inserito in un assetto scenico di grande impatto, la cui crudezza coinvolge pienamente lo spettatore offrendo continui spunti di riflessione. Tutto prende spunto e voce dall’esperienza subita direttamente da Alda Merini, poetessa il cui parlare sembra talvolta un continuo borbottio, un eterno mugghiare, sommesso, di onde, i cui pensieri arrivano da molto lontano. Atto unico scritto da Claudio Fava e con la regia di Alessandro Gassmann, in collaborazione con Alessandro Chiti, e con le videografie di Marco Schiavoni, è portato sul palco con intensità, ma anche con molta grazia, dal cast di attori formato da Anna Foglietta, Angelo Tosto, Alessandra Costanzo, Sabrina Knaflitz, Liborio Natali, Olga Rossi, Cecilia Di Giuli, Stefania Ugomari Di Blas, Giorgia Boscarino e Gaia Lo Vecchio. I costumi sono di Mario Tufano, mentre ad occuparsi del disegno luci è Marco Palmieri. Le musiche originali sono di Pivio e Aldo de Scalzi.

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