Segnalazioni – Gennaio 2017

Rubrica di cinema a cura di Salvatore Longo

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Questa rubrica non vuol rappresentare una panoramica di quanto esce sugli schermi nl mese, né una selezione del meglio, ma semplicemente l’indicazione di opere che presentano motivi d’interesse.

Vorrebbe inoltre essere d’aiuto a chi volendo recarsi al cinema cerca un film adatto ai suoi gusti o allo stato d’animo del momento: non sempre infatti si ha voglia di problematiche sociali o esistenziali, c’è anche il momento in cui andare al cinema significa, giustamente, fuggire dal quotidiano per distendere la mente con due risate (ridere è un diritto) o fuggire nel sogno identificandosi con gli ‘eroi’ dello schermo o farsi catturare dall’enigma di un thriller.

La grandezza del cinema è di essere un diamante con mille facce: si può sempre trovare quella adatta al momento che si sta vivendo.

L’importante è andare al cinema e non guardare il film sullo schermo di casa: vedere un film è un rito e come tutti i riti ha bisogno di un tempio.

Quello che la rubrica si propone, nei limiti del possibile, è evitare l’inutile imbecillità, la volgarità fine a se stessa e l’idiozia: ce ne sono già troppe nella vita quotidiana fuori dal cinema.

Poiché però sbagliare è umano, si chiede scusa in anticipo per eventuali errori.

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Mesi precedenti: DICEMBRE 2016

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ASSASSIN’S CREED

Genere: action movie

Regia: Justin Kurzel

Cast: Michael Fassbender, Marion Cotillard, Ariane Labed, Michael Kenneth Williams, Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Brendan Gleeson, Denise Ménochet

Origine: Usa/Gran Bretagna/Francia

Anno: 2016

In sala dal 4 gennaio 2017

Il film: ispirato a una popolarissima saga di videogame (creata nel 2007e in parte ambientata nel Medio Oriente delle Crociate, ha raccolto una serie di aficionados che non ne perdono un capitolo), il film di Kurzel (brillante regista del recente Macbeth con protagonisti Fassbender e la Cotillard) aspira a conquistare un pubblico più vasto di quello dei ‘seguaci’ del modello originario per cui ha inserito il personaggio, importante nel film, di Callum Cal Lynch (interpretato da Michael Fassbender) e il gioco dei viaggi nel tempo con cui far rivivere la Spagna del XV secolo e i rapporti con l’Inquisizione spagnola. Il film è costruito sull’idea della memoria genetica, cioè che nel nostro DNA si annidino una serie di esperienze vissute dai nostri avi. La vicenda è apparentemente semplice: un criminale condannato a morte (Lynch) è sottratto al suo destino da una moderna reincarnazione dei Templari (ordine monastico cavalleresco attivo tra il 1129 e il 1314 con un potere politico ed economico – che lo aveva allontanato dalle originarie finalità – pari solo al loro fanatismo). Cal è obbligato a utilizzare una macchina inventata da Sophia (incisiva l’interpretazione di Marion Cotillard), una scienziata, figlia di uno dei capi dei nuovi Templari, e alla ricerca di un’affermazione personale che la faccia uscire dall’ombra del padre. La macchina fa vivere a Cal le vicende di Aguilar de Nertha (interpretato da Fassbender), secondo il DNA suo antenato, uno dei leader degli Assassini (il cui motto era “viviamo nell’ombra per servire la luce”) acerrimi nemici dei Templari e difensori del libero arbitrio. Filo conduttore della vicenda attraverso i secoli è la ricerca da parte dei Templari del ‘pomo di Eva’ che avrebbe assicurato a chi lo possedeva – e voleva utilizzarlo in tal senso – un Potere assoluto sull’umanità. La storia del ‘pomo’ non è forse inventata dagli sceneggiatori: esiste un’interpretazione di tradizione popolare degli eventi biblici che attribuisce alla famosa mela morsa dalla prima donna i valori della conoscenza e della libertà di scelta per gli esseri umani. Assassin’s Creed si distacca da gran parte degli action movie: oltre a una recitazione di ottimo livello (non solo da parte di Fassbender e Cotillard), è ricco di stimoli a riflettere e ad approfondire quanto si è visto: riflessioni sulla violenza, il libero arbitrio e la libertà personale non sono usuali in film del genere e comunque abbastanza rare. Sotto l’aspetto puramente cinematografico bello il contrasto tra il livore delle scene contemporanee e la tavolozza dei colori di quelle ambientate nella Spagna del XV secolo caratterizzate da cromatismi che ricordano i grandi pittori spagnoli come Goya.

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COLLATERAL BEAUTY

Genere: drammatico

Regia: David Frankel

Cast: Will Smith, Helen Mirren, Kate Winslet, Keira Knightley, Naomie Harris, Michael Peña, Edward Norton, Jacob Latimor

Origine: Usa

Anno: 2016

In sala dal 4 gennaio 2017

Il film: Collateral Beauty è quasi una favola natalizia, però – come tutte le favole – assume valori universali e atemporali trasmettendo un messaggio di ottimismo fin dal titolo (Bellezza collaterale) a indicare che in ogni evento per quanto doloroso o negativo possono esistere momenti di luce ed elementi che fanno crescere moralmente e psicologicamente. Il film ruota intorno alla figura di Howard (notevole per umanità e intensità l’interpretazione di Will Smith), brillante titolare a New York di un’agenzia pubblicitaria, rimasto sconvolto per la perdita dell’adorata figlia ancora bambina. Abbandona il lavoro e si rinchiude in se stesso conducendo una vita solitaria, rifuggendo ogni contatto con gli altri e sfogando il dolore e la rabbia scrivendo lettere di rimproveri e insulti a tre entità astratte: Amore, Tempo e Morte. Will Smith è bravissimo in un monologo senza parole, ma che rende palpabile meglio di tanti discorsi la sua disperazione e il suo non accettare la morte della figlia di sei anni per una rara malattia. I tre soci vivamente preoccupati per le sorti dell’azienda, dopo aver tentato in tutti i modi di farlo uscire dall’abulia e riportarlo alla vita, giocano l’ultima carta facendogli incontrare i destinatari delle sue lettere resi fisicamente visibili da tre attori. La regia di David Frankel crea alla perfezione un’atmosfera tra favola e realtà, anche in certi passaggi recitativi, che fanno leggere la dolorosa vicenda di Will come un’allegoria del destino umano da affrontare non piangendo sempre su se stessi (annoiando gli altri e demotivandosi) e rifiutando di accettare eventi e dolore: solo dalla loro elaborazione può nascere la spinta a riprendere il cammino rafforzati e non distrutti da quanto subito. Collateral Beauty ricorda le atmosfere di Frank Capra, vi sono la stessa leggerezza e la stessa speranza che poi sono la molla principale per vivere: non è, infatti, il passato con i suoi ricordi a far vivere se non si sanno cogliere per quanto possa sembrare arduo i lampi di ‘bellezza collaterale’ esistenti anche nel più doloroso degli eventi. Basta saperli cogliere come mostra un altro personaggio del film colpito dallo stesso immenso e incomprensibile (alla ragione e alla fede) dolore.

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IL CLIENTE

Genere: drammatico

Regia: Asghar Farhadi

Cast: Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Bobak Karimi, Farid Sajadi Hosseini, Mina Sadati

Origine: Iran/Francia

Anno: 2016

In sala dal 4 gennaio 2017

Il film: giunge sui nostri schermi – dopo aver vinto al Festival di Cannes 2016 i premi per la Miglior Sceneggiatura e la Miglior Interpretazione Maschile – l’ultima opera di Asghar Farhadi, erede spirituale del grande regista iraniano Abbas Kiarostami (1940-2016) da cui ha appreso anche il coraggio di convivere con la censura esprimendo comunque le proprie idee. A chi come Farhadi continua a operare in patria, anche se la libertà di espressione non è la più ampia, deve andare la nostra ammirazione perché ha scelto la strada più difficile e meno appariscente. Farhadi è un collezionista di premi internazionali: dopo l’Orso d’argento alla Berlinale del 2009 con About Elly e l’incredibile successo di Una separazione (Orso d’oro, Golden Globe, Oscar e César) del 2011, il regista iraniano ha diretto Il passato (straordinaria l’interpretazione di Bérénice Bejo in questo viaggio nei misteri della memoria) e Il cliente che per quanto concerne premi sembra muoversi sulle orme de Una separazione (è anche entrato nella cinquina finalista per l’Oscar al miglior film straniero, dopo essere stato designato ufficialmente – nonostante alcune riserve politiche – come rappresentante del cinema iraniano). La vicenda è semplice: è la storia di Emad, insegnante e attore e di sua moglie Rana, giovane coppia costretta a trasferirsi provvisoriamente in un altro appartamento essendo crollato il palazzo in cui vivevano. Ignorano che la precedente inquilina era una prostituta: lo scopriranno amaramente quando Rana è aggredita in bagno da uno sconosciuto (cui aveva aperto pensando fosse il marito) che ignorava a sua volta il cambio di inquilini. Dopo lo shock iniziale, mentre Rana è più propensa al perdono, Emad basandosi su alcuni oggetti abbandonati dall’aggressore (Rana non lo ha visto in viso) si mette alla sua ricerca per vendicarsi. Emad entra in una spirale sempre più ossessiva – per rigidità e violenza potremmo definirla fondamentalista – che rivela in lui un aspetto brutale (ignorato da tutti e forse anche da lui) nei confronti di tutti: della moglie, degli allievi di cui guarda le foto sui loro cellulari e di quelli cui legge le lettere e ascolta i messaggi. In una concezione arcaica si vendica dello sconosciuto che ha violato la sua intimità violando quella di molti altri che non c’entrano nulla. Cos’è avvenuto realmente nel bagno non si sa perché Rana è reticente e a disagio nel parlarne: probabilmente nulla, ma i vicini pensano che vi sia stato uno stupro. E quest’immagine è quella che conta e che induce Emad a non affidarsi alla polizia che gli impedirebbe la vendetta privata. La sua reazione è ancora più tragica provenendo da un uomo colto e aperto da cui ci si aspetterebbe un comportamento civile e non la trasformazione in un giustiziere fai-da-te. D’altronde se si riflette sugli eventi che ci circondano (anche nelle nostre società occidentali), gli Emad sono numerosissimi, anzi si stanno moltiplicando in misura esponenziale mano a mano che ritengono violati i propri spazi ed egoismi: è facile essere comprensivi, aperti e generosi in teoria, il difficile è restarlo quando si è colpiti direttamente. Farhadi attraverso le azioni di Emad esprime una condanna sociale di carattere generale (molto spesso oggi conta più l’immagine della realtà) e politica nei confronti del regime del proprio Paese. Sviluppa una critica profonda ed etica – attraverso i riferimenti a Morte di un commesso viaggiatore (uno dei capolavori del drammaturgo statunitense Arthur Miller), opera di critica sociale su una fase in cui una violenta modernizzazione ha emarginato quella parte della società americana che non è riuscita ad adeguarsi – all’ideologia dominante ed evidenzia come il ceto medio (cui appartengono Rana ed Emad) sia divenuta la componente più ampia della società iraniana, ma non avendo ancora una propria identità culturale oscilli tra la rigidità della tradizione e la modernizzazione, tra il rifiuto (spesso solo) teorico della prima e la non assimilazione della seconda: una dicotomia espressa in modo magistrale dall’interpretazione – giustamente premiata a Cannes – di Shahab Hosseini (Emad). Il cliente è un grande film sulla complessità della vita e sui pericoli prima di tutto morali dell’intransigenza ed è una grande lezione di cinema poiché tratta argomenti profondi tenendo avvinto lo spettatore con ritmi che creano suspense.

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Foto di Marcello Merenda

MR FELICITÀ

Genere: commedia

Regia: Alessandro Siani

Cast: Alessandro Siani, Diego Abatantuono, Elena Cucci, Carla Signoris, Cristiana Dell’Anna

Origine: Italia

Anno: 2016

In sala da 1 gennaio 2017

Il film: Mr Felicità è l’ennesimo film natalizio apparso sugli schermi: un’ondata che ha iniziato a imperversare già alla fine di novembre con una serie di prodotti nazionali (ma anche alcuni esteri che hanno rivalutato i nostri) in molti casi vere ‘minestre riscaldate’ rispetto a quelli degli anni precedenti e realizzati con cast similari tanto da creare l’impressione del già visto. Il film di Siani (regista e protagonista) è uno dei pochi (non raggiungono le dita di una mano) gradevoli e che non deludono, pur riproponendo lo schema di base delle sue opere precedenti di grande successo al botteghino (Il principe abusivo e Si accettano miracoli rispettivamente del 2013 e 2015): una commedia basata sugli equivoci in cui si ride per le situazioni e le battute (a volte amare, ma veritiere) e non per le parolacce e i doppi sensi cui purtroppo molti oggi affidano la comicità. È la storia di Martino (interpretato da Siani) apatico e indolente disoccupato cronico che vive a Lugano mantenuto dalla sorella Caterina fino a quando questa non ha un grave infortunio. Martino non ha scelta: deve cercare di lavorare, magari faticando il meno possibile per non smentire la propria indole. Fortuna vuole che nella capitale ticinese incontri il dottor Gioia (Diego Abatantuono), un guru del pensiero positivo. Intuisce che quella può essere la sua attività per far soldi, inizia a operare con il nome d’arte di Mr. Felicità ed è invitato a guarire Arianna (Elena Cucci, una star del pattinaggio colpita da una grave depressione in seguito a una caduta. Scatta un altro aspetto tipico dei film di Siani: la capacità dell’amore di modificare e migliorare gli esseri umani. Anche Martino/Mr Felicità non sfugge alla regola: l’amore per Arianna gli farà cambiare filosofia di vita. Mr Felicità è un film gradevole che assicura un sereno divertimento non privo di valori, una favola romantica con molte scene ambientate nei favolosi panorami del Trentino Alto Adige (oltre che a Lugano e Merano).

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PASSEGGERS

Genere: fantascienza

Regia: Morten Tyldum

Cast: Chris Pratt, Jennifer Lawrence, Michael Sheen, Laurence Fishburne, Aurora Perrineau, Marie Burke

Origine: Usa

Anno: 2016

In sala dal 4 gennaio 2017

Il film: in anni in cui anche la fantascienza è invasa da guerre (in questo caso interstellari) o da rocambolesche avventure, Morten Tyldum propone un film il cui spirito ricorda Odissea nello spazio (Kubrick) per le molte domande sulla vita e sull’uomo. Non s’impaurisca però chi al cinema cerca solo distensione e divertissement: Passengers è un film gradevolissimo, affascinante e che avvince nonostante che per circa due terzi abbia solo due attori e un simpaticissimo (anche se un po’ pasticcione per ingenuità) robot-barman, peraltro molto bravo con lo shaker. Merito del regista che sa creare momenti di grande suspense e riprese molto spettacolari all’interno e all’esterno dell’astronave, e degli ottimi Chris Pratt (Jim Preston) e Jennifer Lawrence (Aurora Dunn) – attualmente tra gli attori di Hollywood più apprezzati – che danno spessore e umanità ai loro personaggi. La vicenda è semplice e originale: in un futuro, forse più vicino di quanto si possa immaginare, la nave spaziale Avalon (attrezzata come le attuali navi da crociera di gran lusso con saloni da ballo, piscine, palestre, ristoranti, bar…) procede apparentemente sicura nel suo viaggio di 120 anni verso un lontano pianeta da colonizzare. A bordo un ‘carico’ del tutto particolare: cinquemila persone immerse in un criosonno (con cui è annullato il trascorrere degli anni sul fisico) e che dovrebbero svegliarsi poco tempo prima dell’arrivo per godere l’ultimo tratto del viaggio. Succede invece che per una défaillance nella sofisticatissima tecnologia il povero Jim Preston si svegli (unico) con novanta anni di anticipo e con la non rosea prospettiva (anzi la quasi certezza) di trascorrere da solo (salvo la compagnia del robot-barman quando si avvicina al bancone del bar) il resto dei suoi giorni e di non vedere nemmeno la fine del viaggio. Preston è un meccanico che annoiato della sua quotidianità terrestre si è fatto catturare (come gli altri passeggeri) dal fascino della straordinaria avventura di cominciare una nuova vita in un ambiente al di là di ogni possibile immaginazione. Dopo aver esplorato tutte le aree pubbliche dell’Avalon, provato palestre, giochi e piscine, gustato gli ottimi cocktail del simpatico e premuroso barman, Jim sente il disperato bisogno di rapportarsi con un altro essere umano. Passa quindi in rassegna curricula e immagini degli addormentati compagni di viaggio e la sua attenzione si concentra su Aurora che, oltre a essere molto bella, secondo la scheda potrebbe essere una compagnia interessante. Compiendo una (giustificata dalla disperata solitudine senza prospettive) grave scorrettezza Jim attiva il processo di risveglio programmato per scattare automaticamente novant’anni dopo. Il sogno di Aurora (giornalista di New York) è ancora più affascinante: vuol vivere un anno nella colonia spaziale per poi tornare sulla Terra e iniziare una nuova vita nel pianeta abbandonato da oltre due secoli e quindi totalmente sconosciuto, descrivendo in un libro questa straordinaria e unica duplice esperienza. Passengers si sviluppa sui due binari della storia d’amore (anche con momenti drammatici) e delle avventure nello spazio della Avalon scandite con un ritmo da thriller. Sono molti gli elementi di riflessione sull’uomo e sulla sua natura che il film suggerisce, così come le domande suscitate: rappresentano l’aspetto filosofico solo apparentemente in contrasto con quello tecnologico-scientifico. Sono due espressioni di quell’unico viaggio che è la vita e i cui parametri non variano con l’ampiezza del mondo da esplorare.

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SING

Genere: animazione

Regia: Garth Jennings, Christophe Lourdelet

Voci: Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, Seth MacFarlane, Scarlett Johansson, John C. Reilly, Leslie Jones (voci italiane: Francesco Prando, Federica De Bortoli, David Chevalier, Chiara Gioncardi, Massimiliano Alto, Domitilla D’Amico, Alessandro Campaiola, Fabrizio Vidale, Riccardo Scarafoni)

Origine: Usa

Anno: 2016

In sala dal 4 gennaio 2017

Il film: Anche nel suo esordio nell’animazione Garth Jennings conserva le caratteristiche di tenerezza e positiva follia dei suoi due lungometraggi (Son of Rambow e Guida galattica per autostoppisti). Ambientato in un mondo (molto simile al nostro) abitato solo da animali, Sing racconta di Buster Moon, un elegante koala proprietario di un teatro ormai ben lontano dai fasti di un tempo. Buster però non si abbatte per le difficoltà, guarda avanti con ottimismo ed è disponibile a compiere qualche birichinata pur di difendere ciò che ama più di qualsiasi altra cosa al mondo: il teatro. Abbandona quindi il tradizionale cartellone di spettacoli alla Broadway e si procura un’ultima chance per riportare il suo ‘amore’ agli splendori di un tempo: organizzare la più grande competizione canora mai vista per cercare nuovi talenti. Per un equivoco si presentono in migliaia spinti dalla speranza di cambiare vita. Alla fine emergono cinque concorrenti: un topo bianco (Mike) molto bravo a cantare (ma anche a imbrogliare), una timida elefantina adolescente (Meena) che soffre di attacchi di ansia da palcoscenico, una maialina (Rosita) casalinga stressata da una cucciolata di venticinque pargoli, un giovane gorilla (Johnny) che sta cercando di riscattarsi dalla sua famiglia (il padre capeggia una banda di rapinatori) e una porcospina punk-rock (Ash) che vuol divenire solista e ha difficoltà a liberarsi di un fidanzato arrogante. Ogni concorrente, così come avviene per gli umani, nel varcare l’ingresso del teatro è convinto che questa sarà l’occasione per cambiare il corso della propria vita. Si realizzeranno le speranze di Buster e dei concorrenti? Sono oltre 85 le canzoni (di stili ed epoche diverse, dagli anni quaranta ai nostri giorni, ovviamente senza dimenticare i Beatles) che fanno di Sing un viaggio a 360° nella musica, divertente e trascinante, gradevole a tutti, assolutamente da non perdere per gli appassionati. L’esperienza maturata dal regista nei video musicali fanno di Sing un piccolo classico in questo segmento cinematografico per la ricercatezza delle immagini e un montaggio che pur essendo frenetico non crea stress nello spettatore.

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