Un Chisciotte contemporaneo per un dilemma cavalleresco

L'insospettabile attualità di un romanzo di inizio '600

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La Casa del Teatro Ragazzi e Giovani non è solo il palcoscenico di una vasta rassegna di spettacoli per bambini e ragazzi; è anche, e soprattutto, una palestra per attori in erba, giovani apprendisti che avendo appreso le arti attoriali qui alla casa portano le proprie rappresentazioni in tourneé.

Il Don Chisciotte diretto da Luigina Dagostino promette di essere uno dei principali cavalli da battaglia della rappresentanza della Fondazione Teatro Ragazzi fuori da Torino: l’impatto della scena si misura indubbiamente sulla manifattura dei costumi e della scenografia, dei dialoghi tra i molti personaggi interpretati con ironia dai tre ottimi interpreti Claudia Martore, Claudio Dughera e Daniel Lascar. Ma a fare da elemento caratterizzante è probabilmente il richiamo continuo a quell’arte attoriale che i tre hanno imparato alla Casa, lasciandosi rapire dalla stessa insania che coglie il Chisciotte, alienato dalla lettura eccessiva di poemi cavallereschi.

Come un attore, Don Chisciotte pretende di essere qualcun altro, interpretando il cavaliere errante, il paladino della giustizia: la sua follia è resa da giochi di parole e situazioni assurde che si rincorrono a ritmo serrato. Tutta la prima parte dello spettacolo “cavalca” (letteralmente, sulla groppa di Ronzinante, cavallo di Chisciotte) forsennatamente. A tutta prima, sembra perfino recitato in fretta, come se i tempi ristretti di uno spettacolo per ragazzi non consentano di raccontare tutte le vicende del romanzo di Miguel de Cervantes, senza lasciare allo spettatore momenti “di aria” per comprendere gli eventi.

Le frequenti coreografie escogitate per trasformare la scenografia a sipario aperto risultano quasi sempre svincolate dalla narrazione, quasi degli interludi da varietà. Si direbbe che per una rappresentazione che vuole divertire tutta questa fretta nel risolvere i tempi comici giochi necessariamente un punto in sfavore; invece, la grande duttilità dei registri degli attori, unitamente alla sinergia perfetta degli scambi, riescono a ravvivare la scena assimilandola più al genere cabarettistico che al teatro comico in senso classico.

Mentre il Chisciotte scivola nella convinzione di appartenere al suo mondo di fantasia, infatti, il ritmo si distende. La drammaturgia si dipana in episodi ben definiti, come il duello con il Diavolo, immagine stessa dell’ingiustizia, culminando nello scontro decisivo con uno specchio ideale: osservando se stesso, il protagonista riconosce la propria follia, riesce ad affrontarla e sconfiggerla.

Come un attore il nostro ha preteso di essere qualcun altro, sognando di “fare l’eroe”. Come un attore, ha imparato che per potersi fare carico di un tale impegno è anzitutto necessario conoscere se stesso: la sconfitta del Diavolo è resa possibile dal reclutamento dei bambini in platea – una prassi del teatro per ragazzi che non sempre riesce in maniera efficace – ai quali viene appunto richiesto di fingere di indossare i panni di cavalieri altrettanto improbabili quanto il Chisciotte.

Come degli attori, i bambini spettatori della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani comprendono i valori dell’identità e dell’immaginazione, oggi estremamente suscettibili all’indiscreta digitalizzazione di avatar e profili: nella vita come a teatro, occorre capire chi siamo per stabilire chi possiamo essere.

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Don Chisciotte

Produzione Fondazione TRG Onlus
Regia di Luigina Dagostino
Con Claudio Dughera, Daniel Lascar e Claudia Martore
Scenografia di Claudia Martore

Costumi di Georgia Dea Duranti

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