“Il turco in Italia”. La regia di Davide Livermore trasforma l’opera di Gioacchino Rossini in un omaggio al cinema felliniano

In scena al Teatro Comunale di Bologna fino al 18 marzo 2017

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Dramma buffo in due atti su libretto di Felice Romani 

Una trasposizione spazio temporale catapulta “Il Turco in Italia” di Gioacchino Rossini, in scena al Teatro Comunale di Bologna, con la direzione d’orchestra di Christopher Franklin, in un’ambientazione molto diversa dall’originale. L’operazione, ben riuscita, mette in luce tutte le sfumature che fanno di quest’opera una commedia in grado di unire il divertissement a un’attenta, lucida e accurata satira di costume, temi cari anche a Federico Fellini, il grande regista romagnolo al quale si è palesemente ispirato Davide Livermore, Regista e scenografo di quest’allestimento de “Il Turco in Italia” al profumo di “8 e ½”.

Uscito nel 1814 al teatro “La Scala” di Milano, Il Turco non fu accolto con grande entusiasmo, anzi, si rivelò un vero fiasco. Con il passare del tempo però quest’opera è stata rivalutata, soprattutto nel XX secolo, periodo in cui la sua struttura metateatrale fu interpretata come un’anticipazione di un certo tipo di teatro, come quello pirandelliano. Inoltre Il Turco ben si presta, grazie alla presenza del Poeta, ad alcune riflessioni sul processo creativo, sul rapporto tra l’artista e la sua opera. L’ingegnoso, almeno per il tempo, meccanismo metateatrale che Rossini inscena, permette di costruire la trama nel momento stesso in cui viene recitata, scena dopo scena il Poeta – qui regista, interpretato da Alfonso Antoniozzi, che tanto ricorda Marcello Mastroianni in “8 e ½” – in parte si limita a registrare gli episodi dall’esterno e in parte li influenza direttamente, intervenendo con avvertimenti e consigli. Ed è proprio nell’ottica di questo rimando continuo tra la dimensione del reale e quella della rappresentazione che Davide Livermore propone questo azzeccatissimo parallelo tra il mondo felliniano e l’opera di Rossini.

Ecco dunque che la storia viene catapultata nella grande giostra circense, piena di personaggi buffi e grotteschi, che tanto hanno ispirato, dagli anni 50 in poi, il cinema italiano. E così i protagonisti si trovano circondati da personaggi di felliniana memoria, come l’onnipresente figura femminile, un po’ grottesca e un po’ folle, che punteggia tutte le scene con il suo fare giunonico e provocante, che tanto ricorda la famosa “Tabaccaia” di “Amarcord”. Mentre Don Narciso, cavaliere servente di Donna Fiorilla, della quale è intimamente innamorato, viene raffigurato nei panni ecclesiastici, con una vena critica per l’opulenza clericale, anch’essa tipica dei film di Fellini.

I protagonisti, trasposti in questa dimensione onirica e stravagante, tracciano il quadro di una strabordante borghesia, annoiata ed esuberante: Donna Fiorilla, interpretata da una convincente Hasmik Torosyan, ricorda un’attrice anni ’50 nel pieno del suo fascino, annoiata dalla quotidianità e con un intrinseco desiderio di trasgressione, “Non si dà follia maggiore/dell’amare un sol soggetto”. L’atteggiamento della donna fa soffrire il marito Don Geronio, interpretato da uno straordinario Nicola Alaimo che con la sua voce potente e struggente riesce a catturare l’essenza del ricco e sciocco uomo che si strugge per amore e si rivolge ad una zingara per conoscere il suo destino. Essa è Zaida, interpretata da Aya Wakizono, che scopriremo essere la promessa sposa di Selim, il turco di cui si invaghisce Donna Fiorilla. “Nostra patria è il mondo intero,/e nel sen dell’abbondanza/l’altrui credula ignoranza/ci fa ridere e sguazzar” cantano tutti in coro gli zingari, qui divenuti una compagnia circense piena di colore e di personaggi bizzarri. Anche il turco Selim, interpretato Simone Alberghini, sembra uscito da “Lo Sceicco Bianco” di Fellini, non solo nelle vesti ma anche nelle movenze buffe, comiche e a volte patetiche, affini a molti personaggi di questa commedia che intende ricercare il punto di fusione tra comico e serio, di mediare tra farsa e tragedia. I chiaroscuri in essa presenti hanno lo scopo di trasformare le maschere e i tòpos tipici della commedia dell’arte in personaggi autentici, pieni di vizi e difetti, ingranditi con la lente dell’ironia e deformati con l’acido del sarcasmo.

Livermore, con la sua scenografia sulle tonalità del bianco e nero, i numerosi drappi bianchi che rendono la scena tridimensionale e ariosa, trasfigura le peripezie dei protagonisti in un set cinematografico affollato di figure bizzarre. Questa regia non manca di sottolineare tutti gli aspetti comici dell’opera di Rossini, non dimenticandone però la venatura pungente, accentuata da una fredda luce bianca, da costumi sfarzosi, e sfumate immagini proiettate sui drappi che tratteggiano un ambiente surreale, visionario, onirico.

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