Emilia

Al Teatro Argentina di Roma fino al 23 aprile 2017

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Foto di A. Le Pera

Un dramma esistenziale in un interno. Commovente, straziante, imprevedibile. Inquietanti segreti trapelano tra le maglie di una realtà fittizia.

Giulia Lazzarini, la signora del teatro, insignita del Premio Enriquez 2016-17 alla carriera, permea con naturalistica leggerezza il personaggio di Emilia sospesa tra realtà e ricordo. Lieve, tenera, accorata, intensa, con grazioso candore bisbiglia memorie antiche che prendono corpo e rimbalzano sui quattro personaggi che si aggirano tra le masserizie accatastate. La donna, dimessa e sperduta, rievoca e rivive materialmente un episodio risalente ad anni addietro, nell’ambito di un nucleo familiare dove è accaduto qualcosa che l’ha portata dove è adesso, forse la cella di un carcere.

Sul filo della memoria ecco che intorno a lei si materializza la famiglia costituita dall’uomo di cui è stata la bambinaia, che adesso ha una moglie e un figlio. L’equilibrio è turbato dal sopraggiungere del padre naturale del ragazzo che spezza le dinamiche relazionali esasperando i rapporti. Il tentativo di fuga della donna sarà fermato dalla violenta reazione del marito, di cui probabilmente Emilia si assumerà la responsabilità, nel tentativo di tutelare la fragilità del suo bambino che non ha saputo crescere, ossessionato da un desiderio di felicità paradossalmente irraggiungibile, incapace di sintonizzarsi sui bisogni della moglie e sulle devianze del figlio, al punto che l’arrivo dell’ex della donna, maschio e risoluto, ne scatena la follia omicida.

Chi è Emilia e chi sono i personaggi intorno a lei? È in carcere o non più? Rievoca figure ed eventi reali o delira fantasticando su fantasmi mentali mentre vaga con il suo cane Rocco? È il fuoco caldo della memoria che la rende viva e vivifica il mondo che la circonda o è il gelo della solitudine che cristallizza i suoi incubi?

Tutto è sospeso, indefinito, perfino soddisfare la richiesta di un bicchiere d’acqua per placare l’arsura del raccontare è difficile da realizzare. In un contesto apparentemente ordinario le dinamiche sono discontinue, spezzate, atemporali.

Filo conduttore è l’amore incondizionato di Emilia per il bambino che balbettava, bagnava il letto e subiva l’abbandono del padre e da adulto ha una moglie che non lo ama come lui vorrebbe e un figlio non suo di cui non riesce a contenere le esuberanze.

Incomprensioni, sensi di colpa, dissociazioni mentali, proiezioni dell’anima accomunano i personaggi, interpretati da Sergio Romano nel ruolo del violento e geloso Walter, Pia Lanciotti della disamorata moglie, Josafat Vagni del disinibito figlio e Paolo Mazzarelli del risoluto primo marito, che si scontrano nello spazio scenico di cassette e coperte ammucchiate come in un magazzino dove sono accatastati anche i sentimenti (scene di Paola Castrignanò).

Claudio Tolcachir, drammaturgo e regista teatrale della nuova scena argentina, che ha ricevuto numerosi riconoscimenti in patria e all’estero per le sue opere in cui racconta la quotidianità esasperata e quasi surreale, dirige questo suo lavoro con la sapienza dell’arte maieutica, che fa affiorare da un ring apparente di emozioni conflittuali il dolore trasfigurato dall’amore catartico.

Una produzione del Teatro di Roma, in prima nazionale, che segna il felice incontro tra una attrice sensibile e un autore intimista.

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