OPER.A 20.21 – Le nozze di Figaro

Andato in scena il 1 e 2 aprile 2017 al Teatro Comunale di Bolzano

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Foto di Kirsten Nijhof

Opera buffa in quattro atti

Libretto: Lorenzo Da Ponte dalla commedia La folle journée ou Le marriage de Figaro di P. A. C. de Beaumarchais

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart

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Personaggi e interpreti:

Contessa d’Almaviva: Gal James

Susanna: Olena Tokar

Cherubino: Wallis Giunta

Marcellina: Karin Lovelius

Barbarina: Magdalena Hinterdobler

Conte d’Almaviva: Mathias Hausmann

Figaro: Sejong Chang

Don Bartolo: Randall Jakobsh

Basilio: Dan Karlström

Don Curzio: Patrick Vogel

Antonio: Marco Camastra

Due ragazze: Maria Eleni Giuliani, Anna Pellizzari

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Direzione musicale: Enrico Calesso

Regia: Gil Mehmert

Scene: Jens Kilian, Eva-Maria van Acker

Costumi: Falk Bauer

Lighting design: Andreas Fuchs, Michael Röger

Drammaturgia: Elisabeth Kühne

Coro: Haydn Chor

Maestro del coro: Luigi Azzolini

Orchestra Haydn di Bolzano e Trento

Coproduzione Oper Leipzig, Fondazione Haydn di Bolzano e Trento

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La stagione OPER.A 20.21 2016/2017 si avvia verso la chiusura, ma prima dell’ultimo titolo contemporaneo, Quartett il 5 e 7 maggio a Trento, propone inaspettatamente al Comunale di Bolzano Le nozze di Figaro. Le aspettative, trattandosi d’una coproduzione con l’Oper Leipzig, sono tante, sia per l’eccellenza musicale che contraddistingue da secoli i Paesi teutonici, sia per il battage promozionale intrapreso dalla Fondazione Haydn.

La realtà purtroppo delude. Nozze viene trasposta da Elisabeth Kühne negli anni Sessanta, sostenendo affinità sociologiche tra questi e il Settecento, evi entrambi in cui il motto “vizi privati, pubbliche virtù” trovava numerosi sostenitori e l’abbigliamento celebrava lo status personale. Se l’idea di accostare tempi di cambiamento del modus pensandi, sfociati in rivoluzioni, è soluzione indolore quanto abusata, meno convincenti sono regia, scene e costumi. Il perfetto equilibrio stabilito da Mozart e Da Ponte tra sfera intima e pubblica, nel girotondo della folle journée, non necessita di ulteriori spiegazioni trovando ciascun personaggio il momento adatto per spiegarsi, sfogarsi e amarsi. Ecco quindi ingiustificati, nella regia di Gil Mehmert, Figaro e Susanna sul letto alle spalle di Almaviva infervorato durante Hai già vinta la causa!, quanto la costante impronta voyeuristica che trova pecoreccia apoteosi nel finale, dove i servi si ricongiungono nel talamo davanti a tutti, e il continuo rincorrersi su scale e mezzanini in un girotondo alla lunga estenuante. La scena di Jens Kilian è infatti una casa di bambola a tre piani, cetizzazione degli spazi abitativi, con giacigli in bella mostra a evidenziare la carica erotica motrice della vicenda. Fissa per tre atti, a cui non bastano le luci di Andreas Fuchs a smussarne l’eccessivo ingombro, solo nell’ultimo essa si anima trasformandosi in giardino. I costumi di Falk Bauer, piuttosto grossolani, restituiscono l’epoca prevista da Kühne, ma non valorizzano in maniera efficace i personaggi. Conte e Contessa signori di paese, lui vagamente Bela Lugosi con vestaglia nera e rossa, lei rinchiusa in fogge eccessivamente fascianti. Figaro camicia sempre aperta sul petto glabro, Susanna cameriera impeccabile nella sua divisa mai sgualcita. Marcellina simil Frau Blücher. Barbarina figlia dei fiori e Cherubino rocker, ma quest’ultimo ha sembianze troppo femminili, lo grida la lunga chioma rossa, per dare credibilità al travestimento muliebre del secondo atto.

Cattiva aria sul versante musicale. Enrico Calesso, alla guida dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, annacqua eccessivamente l’élan vital che contraddistingue l’opera. Lo si evince fin dall’ouverture, smorta laddove invece trasuda brio, abbandonata a un’esecuzione altalenante, e ce ne si convince via via, causa certi attacchi imprecisi, mancanza d’incisività e convinzione nella scelta dei tempi in passaggi fondamentali della partitura.

Tra gli interpreti si distingue Olena Tokar, Susanna dalla voce salda, fraseggio dosato con garbo e buona dizione, complice la linea di canto omogenea e il discreto gusto musicale. Matthias Hausmann impersona, tutto sommato, un Conte credibile in sembianze e qualità vocali. Convince anche Magdalena Hinterdobler, Barbarina d’indole gaia, preparata a tal punto da risolvere degnamente la sua cavatina. Sejong Chang gioca l’intera recita solo su verve e fisicità perché non possiede uno strumento adeguato al ruolo di Figaro, difettando la voce in volume, proiezione e acuto. Gal James è Contessa in cui la depressione amorosa deve aver tolto qualsiasi voglia di vivere. Dopo Porgi amor, eseguito correttamente, il personaggio si adombra, sopraffatto forse dalla dirompenza di Susanna, perdendo sempre più dignità scenica, tanto che la seconda aria rimane ingolfata e mal resa. Al Cherubino migliorabile di Wallis Giunta non si perdonano le variazioni in Voi che sapete, contestualmente superflue. Accettabili il Bartolo di Randall Jakobsh, la Marcellina di Karin Lovelius ed il Basilio di Dan Karlström. Completano la compagnia Patrick Vogel, Don Curzio, e Marco Camastra, Antonio.

Il Coro Haydn, preparato da Luigi Azzolini, può fare di più.

Consensi per tutti da parte del pubblico, tra cui parecchi giovani, alla prima del 1 aprile.

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