‘Il Mercante di Venezia’ della compagnia Mauri-Sturno: un’esperienza imperdibile.

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Sono passati poco più di 400 anni da quando William Shakespeare portò in scena per la prima volta ‘Il Mercante di Venezia’ e 50 da quando il grande Glauco Mauri interpretò Shylock.

E proprio a distanza di 50 anni la compagnia Mauri-Sturno riporta sul palco il grande capolavoro come omaggio al Maestro.

In questo nuovo allestimento, trasportato dal 1600 ai primi del 1900, gli attori compaiono in scena fin dall’inizio e restano sul palco per tutta, o quasi, la durata dello spettacolo.  Un modo, questo è quello che si percepisce, di far capire al pubblico che “Il mondo è quello che è: un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte” . Così dice Shylock, magistralmente interpretato da Mauro Mandolini, grande veterano del teatro, che qui offre al pubblico un’enorme prova di bravura. Il suo Shylock è, infatti, una figura tragica e crudele allo stesso tempo, tratteggiata con grande maestria riesce a commuovere più che ad indignare. Ciò che ne esce è un personaggio patetico, quasi una maschera, un uomo in cerca di una vendetta che logora prima di tutto chi la brama. Sarà proprio Shylock, infatti, a perdere affetti (la figlia Jessica, interpretata da Michela Giamboni) e fortuna a causa dell’odio che nutre e che non porterà ad altro se non alla sua completa disfatta.

Nato come ‘il cattivo’ per eccellenza, in un’Inghilterra profondamente antisemita, Shylock diventa qui l’immagine di un popolo oppresso, di una cultura schiacciata, di un uomo esasperato e straziato nel profondo, il cui cuore si è indurito a causa degli insulti e delle vessazioni. Eppure Shylock non riceverà clemenza, proprio per il fatto di averla negata.

Accanto alla tragica figura di Shylock si muovono, con movimenti fluidi e mai lasciati al caso, tutti gli altri personaggi. La regia di Ilaria Testoni è calibrata al millimetro e riesce a valorizzare tutti gli attori, grazie anche ad un bellissimo gioco di luci ed alle musiche che sottolineano le azioni senza mai essere invasive.

Ma un accento particolare va sicuramente messo sul rapporto tra Bassanio ed Antonio.

Leggendo l’opera appare evidente come ‘l’amore fraterno’ del mercante verso il suo giovane amico sia qualcosa di più di una semplice amicizia. Qui Antonio è interpretato da una donna, la brava Ilaria Amaldi, come a voler sottolineare una volta di più il rapporto particolare tra i due.

E’ lo stesso Bassanio (interpretato da Camillo Marcello Ciorciaro) a dire:

“Ma la vita stessa, mia moglie e tutto il mondo
non sono da me stimati più della tua vita;
perderei tutto, li sacrificherei tutti
qui, a questo diavolo, per poterti liberare”.

Ed a dare quindi una collocazione ben precisa al suo legame con il mercante Antonio, il quale pur di aiutarlo a realizzare il suo progetto, è pronto ad offrire la sua stessa carne.

Non mancano, come in quasi tutte le opere di Shakespeare, le parti più comiche affidate a Lorenzo (Valerio Camelin) ed al servitore Lancillotto (Roberto Di Marco). I due hanno il compito di alleggerire la vicenda e di mettere alla berlina vizi e virtù della società dell’epoca che somiglia incredibilmente a quella attuale nonostante in mezzo ci siano ben più di 400 anni.

Barbara Begala è Porzia, la donna innamorata di Bassanio che diventerà sua moglie e che alla fine sarà colei la quale, insieme alla sua dama di compagnia Nerissa (Marina Parruli), riuscirà a sciogliere tutti i nodi ed a salvare la vita di Antonio.

In questo spettacolo nulla è lasciato al caso, gli attori sono tutti assolutamente credibili nella parte che interpretano e molto bravi nel farlo. Una certa enfasi eccessiva che inizialmente caratterizza qualcuno dei personaggi viene stemperata via via che la commedia avanza ed i toni leggermente stridenti diventano più morbidi quasi ad accompagnare l’evolversi della vicenda.

Ad aprire e chiudere l’opera due monologhi di Shylock, aggiunti al testo originale, che ben fanno capire la natura del personaggio. Il discorso in chiusura è particolarmente toccante e non fa altro che sottolineare la bravura di Mauro Mandolini il quale, nei panni dell’ebreo e seduto da solo al centro della scena, parla di sua figlia con le lacrime agli occhi lasciando nello spettatore l’amaro in bocca.

Un’esperienza assolutamente imperdibile.

In scena fino al 28 maggio al Teatro San Paolo.

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