Intervista alla genovese Fiona Dovo, direttrice della Compagnia ‘Teatro delle Formiche’

Intervista a cura di Maria Giulia Grondona

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Il segreto per piacere al pubblico? Dimostrare di essere bravi. E portare sempre in scena la verità, la profondità e l’anima di un argomento”

Spesso si dice che il teatro è il luogo dei sogni. E spesso ci dicono di non smettere di sognare. Perché se davvero ci crediamo arriva un giorno in cui i nostri sogni e i nostri progetti si avverano. Anche quando – forse – avevamo perso ogni speranza. E chi lavora in teatro di sogni e progetti da realizzare ne ha tanti. Attori, registi, drammaturghi, il mondo del teatro è fatto davvero di tanti sognatori. Chissà se anche le formiche sognano. Chissà se anche loro hanno progetti in cui credere e da portare a compimento.

Cosa c’entrano le formiche con la gente di teatro e i sogni? Che domande! C’entrano eccome!

Dovete sapere che a Genova, città di pescatori, marinai e molte persone che ancora oggi affidano le proprie aspirazioni a una bottiglia in balìa delle onde del mare, nel 2005 è nata la Compagnia Teatro delle Formiche. A fondarla è stata Fiona Dovo, artista genovese diplomata in drammaturgia alla Scuola d’Arte Drammatica ‘Paolo Grassi’ di Milano, che ha deciso di riunire insieme un gruppo di collaboratori – anch’essi attori e registi – per perseguire il proprio sogno: fare teatro partendo dalla propria città. Un’impresa non facile che, per realizzarsi, ha assolutamente bisogno di non perdere mai la direzione giusta. Come le formiche che si muovono in gruppo.

E il Teatro delle Formiche sembra proprio non aver smarrito la strada, se è vero che in più di 10 anni di attività ha prodotto oltre 15 spettacoli servendosi della drammaturgia contemporanea per arrivare a ogni tipo di pubblico. Cerchiamo allora di conoscere meglio Fiona e la sua Compagnia.

Signora Dovo, visto il nome curioso della sua Compagnia mi verrebbe da chiederLe: c’è qualcosa di particolare che La accomuna alle formiche?

Spero tutto. Delle formiche mi piace il loro senso dell’orientamento e la loro capacità di costruire ‘grandi opere’ sotterranee; sono collaborative, tenaci, forzute e anche simpatiche. Quando le vedi alle prese con una briciola dieci volte più grande di loro, non puoi fare a meno di sorridere e provare un’enorme simpatia nei loro confronti. Non so dire di preciso se tutte queste caratteristiche appartengano al mio gruppo, ma so che mi ispiro a loro.

Per tutti, le formiche sono sinonimo di previdenza e parsimonia. Nel dar vita al Teatro delle Formiche, Lei con quanta meticolosità ha fatto tesoro dei consigli ricevuti alla ‘Paolo Grassi’?

La mia scuola è stata importante, mi ha dato molta conoscenza. Inizialmente non ho saputo far fruttare questa risorsa, ma nel tempo ho imparato a mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. Anche in questo, dunque, somiglio a una formica. Tuttavia devo ammettere che la previdenza e la parsimonia mi è stata tramandata dalla mia terra: Genova. Non scialacquo, non sperpero, faccio un passino dopo l’altro, e solo quando ho una buona base economica mi lancio in un progetto. Questo metodo mi porta tanta lentezza, altra caratteristica delle formiche, ma nel lungo periodo anche un solido curriculum.

Ma a suo parere oggi, per i giovani che vogliono fare teatro, fino a che punto è giusto perseguire i propri sogni a piccoli passi, viste le poche occasioni che il nostro Paese offre?

È giusto finché sentono di seguire il loro sogno. Non c’è un tempo limite. Possono provarci da/fino a qualunque età. Se si sentono di fare grandi passi, non posso che augurare loro buona fortuna, se si sentono di procedere a piccoli passi, augurerei loro tanta santa pazienza. In ogni caso ci vuole un grande ascolto interiore per capire bene cos’è che muove i propri bisogni: voglia di popolarità? Riscatto? Denaro? Ecco, se cercano quest’ultimo allora il mio consiglio è perentorio: lasciate perdere!

E com’è fare teatro a Genova? Voglio dire: è una città bellissima ma è anche refrattaria al cambiamento e all’innovazione. Il mondo del teatro genovese soffre secondo Lei di questi tratti tipici della città?

Il mondo del teatro ha bisogno di innovazione, idee, intuizioni, ossigeno, gioco, divertimento, passione… Genova non è ricca di queste qualità. Il teatrante genovese deve trovarle in altri ambiti e altri luoghi, oppure dentro di sé. Abbiamo delle realtà teatrali che a mio avviso faticano a creare qualcosa di nuovo. E chi riesce in quest’impresa, spesso si ritrova a vivere a Milano. Sì, io credo che il teatro genovese sia in parte condizionato dalla flemma della nostra città.

Visto che Lei stessa ha studiato principalmente a Milano, Le chiedo: al di là della scuola di recitazione del Teatro Stabile (dal 2013 intitolata alla grande Mariangela Melato ndr), Genova quanta voglia ha di formare realmente i giovani che vogliono avvicinarsi alle professioni del teatro?

Al di là della scuola dello Stabile, Genova non ha l’obiettivo di formare dei professionisti. Dico questo per cognizione di causa. A Milano esistono altre scuole teatrali al di là del Piccolo Teatro, dei Filodrammatici o della ‘Paolo Grassi’. Mi è capitato spesso di incontrare attori professionisti formati in una scuola ‘secondaria’ milanese o romana. A Genova è raro, direi anzi molto improbabile, incontrare un attore professionista formato in una scuola che non sia quella del Teatro Stabile.

Veniamo all’attività del Teatro delle Formiche. Da quali professionisti è composto il suo gruppo di lavoro?

Io mi occupo di scrivere, dirigere e recitare. In parole povere mi occupo di tutto. Questa condizione mi affatica e non è così gratificante come si potrebbe pensare. In passato ho collaborato con altri registi che si sono dimostrati ben coinvolti nei singoli progetti, ma poco coinvolti nell’insieme della nostra realtà. Col tempo ho capito che il Teatro delle Formiche ero principalmente io, e non potevo sottrarmi a questa responsabilità. Ho scelto, di conseguenza, di appoggiarmi ad alcuni attori, in questo modo io mi sarei occupata solo della regia e della drammaturgia. Gli attori che gravitano intorno alla Compagnia sono professionisti che lavorano anche per altri teatri. Questo vuol dire, talvolta, rinunciare a un caro compagno di viaggio perché impegnato in altri progetti. Di recente, però, ho scoperto una formula che mi piace molto: coinvolgere un supervisore in grado di collaborare, consigliare, intervenire nei momenti del bisogno. Un tutor che mi guida quando un progetto necessita di nuovi sguardi. Grazie a questa modalità ho trovato collaborazioni meravigliose.

E per Lei quali caratteristiche deve possedere il testo ‘giusto’ da portare in scena?

In questo momento del mio percorso credo che un testo debba esprimere la verità più assoluta, la profondità, l’anima di un argomento. Se non si sceglie questa strada, un testo è meglio che rimanga nel cassetto. Non c’è nulla che mi disturba di più di un testo superficiale, generico. Anche nella comicità, è importante scegliere una strada. Un tema.

Lei stessa ha detto qualche anno fa: “É difficile, perché nessuno mi conosce. Ma vado avanti lo stesso”. Qual è il segreto per piacere al pubblico quando non si possiede un nome di richiamo?

Beh, intanto il mio nome è di richiamo: io sono la moglie di Shrek, non dimenticatelo! Scherzi a parte, il mio pensiero non è cambiato. Faccio ancora molta fatica a impormi sul mercato. Anche dopo 10 anni di attività, continui ad essere una delle tante compagnie. La cosa che mi gratifica maggiormente è che sempre più spesso sento dire dal pubblico: “Teatro delle Formiche…Fiona Dovo…so che siete bravi”. Il segreto è questo, essere bravi e dimostrarlo.

Entriamo nel dettaglio dei vostri spettacoli. Alcuni si rivolgono ai bambini anche in lingua straniera come ‘Piedi per terra, testa per aria’ che in inglese diventa ‘Feet on the ground, head in the clouds’. Il teatro deve avere un fine didattico oltre che ludico?

Quando si fa teatro per adulti, di uno spettacolo si dice che ha degli “spunti di riflessione”. Quando si fa teatro per bambini si usa il termine “didattico”. E’ la stessa cosa. Ad ogni modo il teatro che piace a me deve essere spinto da entrambi gli obiettivi: divertire e crescere. A qualunque età si può e si deve crescere, non è un termine che va riferito solo al teatro ragazzi.

Le vostre produzioni per adulti affrontano spesso temi non facili. Penso – ad esempio – a ‘Pink Positive’ sulle difficoltà del mondo del lavoro o ‘Per colpa di Nevio’ che tocca il tasto dell’omosessualità. Lei non ha mai paura di un riscontro negativo da parte del pubblico?

Dipende. Recentemente mi è capitato un rifiuto perché trattavo un argomento scomodo. Questa scelta mi ha sorpresa, non avrei mai immaginato che un teatro ritenesse l’omosessualità un tema ‘scomodo’. D’altro canto devo confessare che in un angolo di me c’è una paura. Il mio nuovo progetto cui sto lavorando attualmente (di cui vorrei tenere riservato l’argomento) parla di qualcosa che mi è molto caro. Ebbene, temo che il pubblico possa ridicolizzare o non apprezzare la tematica. Ne soffrirei.

Mentre parlo con Fiona Dovo mi accorgo che la nostra chiacchierata potrebbe andare avanti ancora per ore. Basta infatti dare uno sguardo al sito della Compagnia – www.teatrodelleformiche.it – per rendersi conto di quanti fiori all’occhiello la Dovo abbia nel proprio curriculum. Cabaret e personaggi comici, acrobatica e teatro danza, monologhi e visual comedy. Tanti – e prestigiosi – i premi vinti grazie alla sua versatilità e molti anche i Festival Teatrali in cui il Teatro delle Formiche si è esibito in giro per l’Italia. Le curiosità sarebbero tantissime ma il tempo – e lo spazio su ‘Teatrionline’ nel nostro caso – sono tiranni e allora… non mi resta che tornare ancora all’attività della Compagnia, per parlare della sua ultima produzione andata in scena: ‘Arlecchino e l’amor perfetto’.

Arlecchino e l’amor perfetto’ dà nuova vita sul palco alle maschere della commedia dell’arte, come del resto il vostro ‘Il borghese gentiluomo reloaded’. Una forma di teatro che rimanda ai secoli passati e ai famosi canovacci in luogo dei copioni da rispettare. Mi chiedo: Fiona Dovo ama anche l’improvvisazione?

Fiona Dovo adora l’improvvisazione. Soprattutto nella vita. Mi piace improvvisare una cena, improvvisare un viaggio, improvvisare una conversazione. Ma nei miei spettacoli di commedia dell’arte lo spazio per l’improvvisazione è ristretto. Devo ripiegare col cabaret, per questo lo esercito.

Un’ultima domanda. Una Compagnia dalla produzione poliedrica e con una direttrice eclettica… ecco… c’è un tipo di pubblico che ancora Lei con il suo gruppo non è riuscita a raggiungere?

Sì, gli intellettuali e i patiti di teatro ‘giovane’ e trasgressivo. Ci arriverò.

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