“Novantadue. Falcone e Borsellino 20 anni dopo” di Claudio Fava

Andato in scena il 23 maggio 2017 al Teatro Verdi di Pordenone

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Autore: Claudio Fava

Attori: Filippo Dini, Giovanni Moschella, Pierluigi Corallo

Regia: Marcello Cotugno

Scene, Luci, Musiche: Marcello Cotugno

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Claudio Fava ha scritto Novantadue. Falcone e Borsellino 20 anni dopo cinque anni fa, in occasione della ricorrenza dei venti anni dall’uccisione dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e lo spettacolo, prodotto da Bam teatro in collaborazione con XXXVII Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano e Festival l’Opera Galleggiante, è andato in scena per la prima volta al Festival di Montepulciano nel 2012. L’intento del testo però è solo parzialmente celebrativo di due figure emblematiche nella storia italiana della lotta alla mafia. Esso vuole stimolare una riflessione sul fenomeno mafioso nella sua globalità, coinvolgendo nell’analisi gli elementi contestuali, spesso trascurati, degli apparati istituzionali “intermedi” e dei criminali facenti parte delle famiglie mafiose rappresentati sulla scena rispettivamente dal giudice Antonino Meli (nominato capo della procura palermitana al posto di Falcone) e da uno degli esecutori materiali della strage di Capaci. Fava accoglie nella sua drammaturgia la lezione brechtiana nel suo portato più profondo e duraturo; lasciando da parte predicazione ideologica e didascalismo si concentra sulla delineazione anti-eroica dei personaggi coinvolgendo il pubblico in una necessaria presa di posizione rispetto alle responsabilità individuali e collettive del fenomeno mafioso considerato nei suoi aspetti latamente sociali. Sia Falcone che Borsellino vengono ritratti nei loro aspetti umani, quotidiani, e quindi anche nel fondo amicale del loro sodalizio, nei timori e nelle preoccupazioni che inevitabilmente accompagnano il loro delicato e pericoloso lavoro, nel travaglio di coscienza che culmina nella tragica consapevolezza di essere destinati a morte certa per essere stati traditi da una parte delle istituzioni che dovrebbero sostenerli. Questo avvicinamento dei personaggi al pubblico non sminuisce affatto la loro carica di idealità e di eticità ma la riconduce ad un origine non necessariamente legata all’eccezionalità, quanto piuttosto frutto di una libera scelta alla portata di tutti. Avendo rigettato la contrapposizione melodrammatica tra “eroi del bene” ed “eroi del male” Fava ci presenta i personaggi del burocrate corrotto e dell’assassino mafioso fuori dallo stereotipo del “cattivo da palcoscenico”. Anche il giudice e l’esecutore della strage di Capaci vengono visti nella loro umanità, non per smussarne o tantomeno scusarne vizi e responsabilità, quanto piuttosto per problematizzarne la condotta. Il giudice rivendica infatti di fronte al pubblico il suo non essere una semplice ruota nell’ingranaggio nella manovra politica di estromissione di Falcone dalla procura di Palermo nel periodo successivo al maxiprocesso, rivendicando al contrario le ragioni ideologico-culturali del suo esserne parte attiva. Analogamente l’esecutore della strage non risulta essere il semplice braccio non pensante di Cosa Nostra; uomo del popolo di sensibilità non così comune (com’è testimoniato dalla descrizione dello scenario naturale del luogo dove egli perpreta la strage) è diviso tra l’ansia di dover ottemperare con precisione agli ordini ricevuti e la coscienza di attribuire un significato plausibile alla proprio atto efferato (definisce infatti l’uccisione di Falcone un “male necessario” distinguendolo dall’assassinio di un comune delinquente fatto “per fame”). Anche in questo caso i personaggi dei “cattivi” vengono avvicinati maggiormente al pubblico che è portato a considerarne le azioni come frutto di una scelta dettata dalla volontà cosciente oltre che dalle circostanze (più che da una irrazionale o folle pulsione al male).

La regia di Marcello Cotugno ha adottato strategie stranianti in linea con quelle drammaturgiche, strutturando la ricostruzione della vicenda che ha portato Falcone e Borsellino dall’istruzione del maxiprocesso nella forzata reclusione nel carcere dell’Asinara fino alla loro barbara uccisione (passando attraverso 6 anni di storia in cui i due magistrati oltre che con la mafia si sono scontrati con colleghi, politici, intellettuali, opinione pubblica) come una serie di episodi in sé conchiusi, volutamente disomogenei dal punto di vista stilistico, attraverso l’uso di musiche appartenenti a vari generi musicali e scelte luministiche diversificate per taglio, colore ecc. In tal modo l’atmosfera di intensa drammaticità ricreata nelle varie scene (come nel caso della rievocazione della strage di Capaci da parte del mafioso, o del sacrificio di Falcone disteso sul tavolo, per citarne solo alcune) è stata spesso improvvisamente e inaspettatamente interrotta, ad impedire l’eccessivo coinvolgimento emotivo del pubblico.

Gli attori hanno sostenuto egregiamente il difficile compito di variare intensità e stile recitativo non solo tra una sequenza e l’altra ma anche all’interno della stessa scena. Filippo Dini nei panni di Giovanni Falcone e Giovanni Moschella in quelli di Paolo Borsellino hanno saputo rendere al meglio la forte carica di umanità dei due personaggi, il loro scavo nell’interiorità e nella coscienza, l’alto senso civile ed etico della loro missione. Pierluigi Corallo ha dimostrato notevole versatilità ed efficacia nell’interpretazione dei vari antagonisti ai due magistrati, coniugando nelle sue caratterizzazioni la colorita espressività fisico-linguistica con il fine disegno psicologico.

 

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