La Sirenetta

Andato in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano

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Foto di Lorenza Daverio

Proviamo a dimenticare Hans Christian Andersen (Odense 1805 – Copenaghen 1875) dalla cui penna sofferente, problematica e geniale nasce nel 1837 la fiaba La Sirenetta (ispiratrice dell’omonimo lavoro teatrale messo in atto dalla Compagnia ‘Eco di fondo’), la rielaborazione della favola effettuata nel 1989 dalla Walt Disney, la stessa storia della Sirenetta nota a tutti ab infantia per il suo triste e doloroso epilogo e a maggior ragione gli infiniti significati reali e metaforici che le favole e questa in particolare sottendono ed entriamo ignari di tutto in sala cercando di scoprire lo spettacolo e la sua dinamica attraverso la visione e l’ascolto.

Nell’incipit si è introdotti in una nuova esistenza, in quell’istante prezioso in cui scocca la scintilla della vita in quel microscopico e forte essere indifferenziato che attraverso numerose, complesse ancorché semplici trasformazioni sboccerà in un nuovo individuo ben caratterizzato e organizzato in ogni sua parte, un corpo che crescerà proteggendo, vegliando e accudendo alla piccola fiammella della ragione destinata a forgiarsi attraverso una miriade di esperienze che – filtrate dal ‘colino’ di un ‘io’ all’inizio gracile e delicato, della famiglia, della scuola e della società – dovranno rendere solido quel corpicino quasi che l’intelletto costituisca la vera spina dorsale.

Sarà ‘normale’ il corpo e lo sarà altrettanto la mente? Come può allora un essere nascere diverso o per lo meno con la convinzione di essere ‘diverso’, per esempio di avere una coda al posto delle gambe, una coda che lo inibisce nei movimenti e che è oggetto da parte dei coetanei di frecciate e vituperi più dolorosi della coda stessa: condanna e simbolo di incertezza e insieme privilegio per le gioiose soddisfazioni provate nelle acque del mare accoglienti come lo è stato il grembo materno? Il tutto apparentemente immutabile e segnato da un destino che rende ‘diversi’: non è forse lo stesso iter di crescita di ogni individuo un processo di liberazione dalla coda dell’incertezza, dell’insicurezza e del dubbio?

Pochi sono i giocattoli amati dal nostro protagonista: Barbie loquace, garrula e icona del nostro tempo (come dimostra il fatto di essere soggetto di mostre), Ken (suo fidanzato) e un orsetto di peluche, veri compagni e testimoni consapevoli nonché alter ego della sua drammatica incertezza. Una sventurata indecisione che diviene pure la loro.

Alcuni incontri, tuttavia, possono divenire ancore di salvezza cui aggrapparsi per evitare la deriva e fare intravvedere un finale liberatorio in uno spettacolo tra realtà e fiaba: onirico, dolce, tenero e poetico eppure inquietante perché tra le righe traspare la finalità che i giovani componenti della Compagnia milanese “Eco di fondo” (nata a opera di Giacomo Ferraù e Giulia Viana, diplomati attori nel 2007 all’Accademia dei Filodrammatici di Milano, nel 2009 costituitasi come Associazione culturale e negli anni vincitrice di progetti e premi) guidati dal regista e interprete Giacomo Ferraù si sono prefissati, cioè esprimere il disagio di quegli adolescenti che rendendosi conto di non rientrare appieno nei canoni di una sessualità considerata ‘normale’ e sentendosi rifiutati e classificati ‘diversi’ da genitori, adulti e compagni, insomma dalla società, scelgono di togliersi la vita.

Un delicato e severo monito perché si osservi con consapevole responsabilità e vigile attenzione chi cresce e un garbato e commovente strumento di riflessione su identità, diversità e disagio, mezzo che per la varietà e molteplicità delle sfumature (gioia di vivere, primi batticuori, timore del giudizio altrui, bisogno di confidarsi…) può appunto dare adito a differenti interpretazioni: una tematica attuale molto delicata, trattata con tenera ironia e che sottende il diritto comune di essere felici e accettati per ciò che si è.

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