René Pape in recital

Il 5 giugno, ore 20, al Teatro alla Scala, Milano

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Foto di Mathias Bolthor

Basso RENÉ PAPE

Pianoforte CAMILLO RADICKE

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Wolfgang Amadeus Mozart

Cantata KV 619

Die ihr des unermesslichen Weltalls Schöpfer ehrt

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Hugo Wolf

Drei Gedichte von Michelangelo

Wohl denk’ ich oft

Alles endet, was entstehet

Fühlt meine Seele

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Franz Schubert

da Schwanengesang D 957

Das Fischermädchen

Am Meer

Die Stadt

Der Doppelgänger

Ihr Bild

Der Atlas

***

Giacomo Meyerbeer

La chanson de Maître Floh

***

Modest Musorgskij

La canzone della pulce

canzone di Mefistofele nella cantina di Auerbach dal “Faust” di Goethe

***

Jean Sibelius

Der erste Kuss op. 37 n. 1

An den Abend op.17 n. 6

Im Feld ein Mädchen singt op. 50 n. 3

Schwarze Rosen op.36 n. 1

Der Span auf den Wellen op. 17 n. 7

Mädchen kam vom Stelldichein op. 37 n. 5

Be Still, my Soul – Hymn, da un tema di Finlandia op. 26

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RENÉ PAPE IN RECITAL DA MOZART A SIBELIUS

René Pape è uno dei bassi più ammirati del nostro tempo per potenza dell’emissione, eleganza del fraseggio, versatilità stilistica e presenza scenica. Alla Scala ha debuttato nel 1991, cantando Sarastro in una edizione in forma di concerto della Zauberflöte mozartiana diretta da Georg Solti. Nel 2009 è stato Filippo II nel Don Carlo diretto da Daniele Gatti a Tokyo (parte che ha ripreso alla Scala nel 2013 con Fabio Luisi) e ha cantato nel Requiem verdiano alla Scala e in tournée a Roma, Berlino, Tel Aviv e Tokyo con Daniel Barenboim. Sempre Barenboim lo ha voluto in Das Rheingold nel 2010, Lohengrin nel 2012 e Die Walküre nel 2013. Nel 2014 è stato Orest in Elektra diretta da Esa-Pekka Salonen per la regia di Patrice Chéreau.

Il pubblico della Scala ha avuto diverse occasioni di applaudire René Pape anche come raffinato liederista. E con un recital Pape tornerà al Piermarini il 5 giugno, insieme al pianista Camillo Radicke, con un programma prezioso che partendo da Eine kleine deutsche Kantate presenta tre Lieder di Wolf su testi di Michelangelo, sei Lieder da Schwanengesang di Schubert e due di Mayerbeer e Musorgskij, per concludersi con sette melodie di Sibelius.

Prezzi: da 5,50 a 35 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

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RENÉ PAPE

Nato a Dresda, ha studiato canto e musica nella sua città natale, prima di debuttare ancora studente, nel 1988, alla Staatsoper di Berlino, del cui ensemble fa tuttora parte. A Berlino ha cantato tutti i ruoli principali del suo repertorio, come Rocco, Re Marke, Re Heinrich, Pogner, Fasolt, Hunding, Sarastro, Figaro, Leporello, Don Giovanni, Gurnemanz e Boris Godunov in nuovi allestimenti diretti da Daniel Barenboim, nonché Ramfis nell’Aida con Zubin Mehta, con cui ha cantato anche Sarastro nel 1991 a Salisburgo (dove nel 1998 è stato Filippo II nel Don Carlo diretto da Lorin Maazel).

La sua brillante carriera internazionale lo ha portato a calcare i palcoscenici di tutti i più grandi teatri lirici europei, del Giappone (dove è stato in tournée con il Metropolitan e con la Staatsoper berlinese) e degli Stati Uniti. Sin dal suo debutto newyorkese è ospite regolare del Metropolitan, dove si è esibito, con James Levine sul podio, in nuove produzioni di Tristan und Isolde (König Marke), Fidelio (Rocco), Don Giovanni (Leporello) e Faust (Mephisto), oltre che in riprese del Lohengrin (Re Heinrich) e dei Meistersinger von Nürnberg (Pogner). Ha cantato alla Lyric Opera di Chicago, all’Opera di San Francisco e a quella di Los Angeles, nonché ai Festival di Bayreuth (nel Tristan und Isolde diretto da Christian Thielemann nel 2017 e 2018), Glyndebourne, Lucerna, Monaco di Baviera, Orange, San Pietroburgo e Verbier e al Festival Chaliapin di Kazan.

Molto richiesto anche in sala da concerto, ha interpretato recital di Lieder e si è esibito come solista con le più grandi orchestre del mondo nelle sedi più prestigiose: a Tokyo, Madrid, Londra, Firenze (Maggio Musicale Fiorentino), Roma, New York (con la New York Philharmonic diretta da Sir Colin Davis, Lorin Maazel e Kurt Masur), Chicago (con la Chicago Symphony Orchestra diretta da Sir Georg Solti e Daniel Barenboim), Parigi (con l’Orchestre de Paris diretta da Daniel Barenboim e Semyon Bychkov), Cleveland (con la Cleveland Symphony Orchestra e Franz Welser-Möst), Philadelphia (con la Philadelphia Orchestra e Wolfgang Sawallisch), Berlino, Monaco (con il Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks e l’Orchestra della Bayerische Staatsoper diretta da Zubin Mehta), Boston (con la Boston Symphony e James Levine) e Lucerna, nel Tristan und Isolde diretto da Claudio Abbado.

René Pape vanta un’ampia discografia con direttori quali Daniel Barenboim, Sir Colin Davis, James Levine, Sir Georg Solti, Antonio Pappano.

ARTE gli ha dedicato un ritratto televisivo nella serie “Maestro”. È stato Sarastro nel film del Flauto magico per la regia di Kenneth Branagh e L’eremita in The Hunter’s Bride, versione cinematografica del Freischütz (2010). Ha vinto due Grammy Awards, è stato nominato “Cantante dell’anno 2002” dalla rivista “Musical America” e nel 2007 ha ottenuto l’Opera News Award a New York. Nell’ottobre 2010 è stato nominato “Met Mastersinger” dalla Metropolitan Opera Guild.

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NEBBIE, TORMENTI E FREMITI LIEDERISTICI

Luigi Di Fronzo

Eine kleine deutsche Kantate (Una piccola cantata tedesca) K 619 su testo di un negoziante di Amburgo – tale Ziegenhagen – è un piccolo gioiello mozartiano composto a Vienna nel luglio del 1791. Di chiaro riferimento massonico sin dall’ultima, accorata invocazione del finale (“Siate saggi, siate forti e siate fratelli!”), enuncia nei sei piccoli episodi la necessità di tener fede agli ideali di ordine, equilibrio e solidarietà fra gli uomini; tutto in un clima espressivo di rarefatta commozione tra recitativi, andanti cantabili e squarci ariosi che ricorda gli ultimi capolavori, spirituali e non, come il mottetto sacro Ave Verum Corpus e certe pagine della Zauberflöte.

La vita e il carattere di Hugo Wolf (1860-1903) trovano una larga giustificazione nella sua musica e rispecchiano un antiaccademismo tipico del clima culturale fin de siècle. La sua stessa poetica (avallata probabilmente anche da fatti biografici contingenti, come la sifilide contratta a 17 anni) sembra aderire in modo risoluto e radicale a una certa cultura decadente, si tratti del satanismo di Wedekind, del misticismo slavo di Dostoevskij o del fatidico istinto primordiale di Friedrich Nietzsche. Non a caso questa visione tormentata, febbrile ed estremamente sofferta dell’atto creativo si ritrova puntualmente in alcune testimonianze epistolari, come la lettera di fine inverno 1888, nella quale il compositore si dilunga sull’atto specifico della sua ispirazione: “Le mie gote sono incandescenti e per me questo stato di ispirazione è più un tormento delizioso, che un piacere incontaminato”. Ancora, poche settimane più in là: “Sto lavorando a una potenza di mille cavalli dal primissimo mattino fino a sera inoltrata, senza mai un attimo di respiro”. Bisognerebbe dunque immaginarsi una scena di vita come questa – nella quale il compositore era solito leggere ad alta voce il testo del Lied (con vaghi accenti teatrali, ma anche schizofrenici) prima di metterlo in musica – per comprendere lo spirito di questi Drei Gedichte von Michelangelo, composti nel 1897 sulla traduzione di Walter Robert-Tornow. Qui il realismo autentico e comunicativo del testo aderisce a una musica su armonie quasi arcaiche, modali, frequentemente rotte nel canto da segmenti e fratture ritmiche. L’incedere faticoso, quasi incerto della linea cromatica va a tradursi in una sorta di lamento sofferente, carico di espedienti contrappuntistici. Nel primo Lied, Wohl denk’ ich oft (I’ vo pensando) un carattere molto teatrale conduce l’ascoltatore dalle regioni gravi a una fanfara maestosa, sul tremolo in fortissimo. Nel secondo Alles endet, was entstehet (Chiunche nasce, a morte arriva) la timbrica trasparente richiama invece le gioie lontane di una vita gaia e felice, mentre l’ultimo Fühlt meine Seele (Non so se s’è la desiata luce) ha un inciso tematico discendente, di sapore quasi mahleriano.

L’accidentato, tragico percorso wolfiano di questi Lieder (scritti a un passo dalla tragica caduta nel baratro della follia) precede in questa prima parte di concerto un’altra amara profezia, stavolta dell’ultimo Schubert. Sei sono i numeri dalla raccolta Schwanengesang (Canto del cigno), pubblicata postuma dall’editore Haslinger, a cui l’autore mise mano nell’autunno del 1828, pochi mesi prima della morte. Si tratta di una silloge disperata e malinconica di testi poetici scritti da tre autori diversi – Ludwig Rellstab, Heinrich Heine e Johann Gabriel Seidl – dove la natura viene eletta a simbolo onirico, illusorio e a tratti disperato della natura umana.

Non ci sono più ruscelli che scorrono sprizzanti e gioiosi sotto la calura estiva, ma semmai usignoli che cantano alla luce siderea della luna, albe lanuginose, brezze mattutine assorte e venti minacciosi che soffiano nella foresta. In Das Fischermädchen (La fanciulla pescatrice) il cuore del poeta è come il mare, che pulsa e vive di tempeste tra bassa e alta marea. Am Meer (Al mare), il mare davanti a due innamorati, la giornata che volge al termine, le lacrime che riempiono il volto dell’amata e il canto che si fa sempre più drammatico. Die Stadt (La città) fa intravedere dietro il velo di nebbia un borgo, ma il sole che filtra all’orizzonte rischiara un luogo di morte. Ancora nel Doppelgänger (Il sosia) c’è un alter ego che si fa beffe del cuore innamorato del poeta, mentre Ihr Bild (La sua immagine) sovrappone il ritratto dell’amata con quello del poeta grazie al prosciugamento timbrico del pianoforte, all’unisono con la voce. Infine Der Atlas (Atlante) denuncia tutta la fatica di dover reggere gli immani affanni del mondo, a causa della passione.

Autore di romanze, Lieder, canti religiosi, ballate e chansons, Giacomo Meyerbeer (1791-1864) fu stimatissimo da Berlioz “per la sua capacità di far scomparire i miserabili prodotti dell’industria romancière” che stava già contaminando l’ambiente artistico. L’autore di Les Huguenots e di Robert le Diable colse alcuni folgoranti successi su testi del prediletto Henri Blaze (non un grande poeta, ma un potente critico), come questa Chanson de Maître Floh scritta tra il 1839 e 1840: terreno ideale per la vocalità di un basso-baritono, su un testo ispirato ai piaceri del buon vino.

Una delle pagine più celebri del catalogo vocale di Musorgskij è invece La canzone della pulce (1879), tratta dal Faust di Goethe: si tratta del canto di Mefistofele intonato nella cantina di Auerbach, che con i suoi staccati, le volatine grottesche e le figurazioni ritmiche imita i salti di questi minuscoli parassiti.

L’ultima sezione del programma è invece dedicata al finlandese Jean Sibelius (1865-1957). La sua produzione liederistica consta di un centinaio di opere, orientate prevalentemente all’impronta austro-tedesca – in particolare quella di Wolf e Richard Strauss –, anche quando le situazioni, i testi e l’ambientazione generale rimandano all’area geografica finnico-svedese. Der erste Kuss (Il primo bacio) op. 37 n. 1 nell’introduzione pianistica ha però qualche vago riferimento all’impressionismo debussiano, con le immagini di un angelo che volteggia nel cielo filtrata attraverso la tipica luce rurale di un paesaggio nordico. Nella stessa raccolta, uscita a stampa a Lipsia nel 1904, troviamo Mädchen kam vom Stelldichein (La fanciulla tornò dall’appuntamento) op. 37 n. 5, in cui Sibelius sa cogliere nell’immagine della fanciulla il passaggio dall’innocenza al tradimento, con un gioco frenetico e convulso di aspre dissonanze. An den Abend (Alla sera) op. 17 n. 6 evoca invece la luce di una cometa che brilla per l’eternità, con un tremolo perpetuo e smagliante degli accordi al pianoforte. Ancora, Im Feld ein Mädchen singt (Una ragazza canta nel campo) op. 50 n. 3 procede con una melodia elegiaca, su un tappeto pianistico di accordi. Molto celebre tra le melodie di Sibelius è invece Schwarze Rosen (Rose nere) op. 36 n. 1, con la musica che sottolinea le cupe analogie tra il dolore nel cuore dell’amato e il mazzo di fiori, irti di spine e neri come la notte. Ma a parte Der Span auf den Wellen (Il legno sulle onde) op. 17 n. 7, la palma della popolarità spetta senza dubbio a Be Still, my Soul (Tranquilla, anima mia) si tratta dell’inno contenuto nel poema sinfonico Finlandia op. 26 ed è probabilmente il più celebre canto patriottico dell’intera nazione.

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