An evening with Yann Tiersen – Solo in concert

Teatro La Fenice, Venezia, 19 luglio 2017

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Veneto Jazz annovera anche quest’anno, all’interno del vasto programma, nomi di spicco internazionali. Nella sempre suggestiva cornice del Teatro La Fenice ospita Yann Tiersen, famoso ai più per la colonna sonora de Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain (Jean-Pierre Jeunet, 2002), valsagli il César per la migliore musica da film e il primo World Soundtrack Awards, e di Goodbye, Lenin! (Wolfgang Becker, 2003) che gli fa vincere i Victoires de la musique. Bretone classe 1970, ma dal sangue belga-norvegese, si rivela fin da giovane abile polistrumentista. Dopo gli studi classici a Rennes, pianoforte, clavicembalo, fisarmonica, chitarra, violino e altro non hanno più segreti. Tiersen inizia a mescolare generi agli antipodi per ricavarne quel sound particolare che trova il punto di partenza in Johann Sebastian Bach, Eric Satie, Nino Rota e Philipp Glass, solo per citarne alcuni, accostati a campionatori e tendenze rock.

Dalle composizioni classic-folk delle origini in La Valse des Monstres (Sine Terra Firma, 1995), alla cifra atemporale di Rue des Cascades (Sine Terra Firma, 1996), Le Phare (Ici d’Ailleurs, 1998) lo lega con forza a Ouessant, isola a trenta chilometri dalla terraferma. Qui, tra panorami incontaminati, vede la luce l’ultimo lavoro, Eusa (Mute, 2016), interamente riproposto nella serata del 19 luglio a Venezia. Il set è semplice. Pianoforte, toy piano e violino sono illuminati da lampade che sembrano arrivate dai porti bretoni. Esce Tiersen, jeans e t-shirt, saluta il pubblico accorso numeroso. Si siede e incomincia a suonare. Accantonando quel lessico che al folk minimale e alla classica univa impressioni post-rock ed elettroniche, Tiersen compie un viaggio verso l’essenza delle cose. Eusa, toponimo bretone per Ouessant, è infatti una sospensione del processo artistico, un percorso lungo i sentieri del luogo eletto a dimora e studio. In un’ora abbondante il compositore traccia una mappa musicale dell’isola, vissuta ascoltando il genius loci per registrarlo su nastro che, avviato, instaura un dialogo ultraminimalista col pianoforte, alla ricerca di emozioni paesaggistiche. Sono field recordings effettuate nel punto preciso a cui si riferisce il brano. Il vento, il mare, i gabbiani duettano con lo strumento in atmosfere ora notturne e misteriose, ora mattutine e solari, in uno stream of consciousness continuo. Apre Pern, col suo ritmo vorticoso, per lasciare poi spazio alla nostalgica Porz Goret. La pace di Yuzin prelude alle fughe di chiara impronta bachiana di Roc’h ar Vugale. Non mancano il valzer “Amelie style”, Penn ar Roc’h, e nuances oniriche, Penn ar Lann. Kadoran sono veloci pennellate sonore, quasi impressioniste, e non a caso Debussy, Ravel, Satie riemergono dal suo periodare. Al termine, i presenti, tantissimi giovani, tributano applausi calorosi al loro beniamino. Successivamente Tiersen si impegna in sei fuori programma, due al violino, due al pianoforte e due al toy piano, tra cui non mancano Comptine d’un autre été e La dispute, eseguita prima alla melodica e poi al piano. Ancora approvazioni, Tiersen ringrazia e scompare, nonostante il pubblico continui a battere le mani. La sensazione finale rimane però quella di un già sentito, seppur riproposto sotto altre forme, difficile da riformulare. Verso dove si dirigerà ora dopo Eusa?

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