La lettura di un romanzo a teatro

Uno e nessuno sul palco, dove sono gli altri centomila?

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Si dovrà aspettare il 13 luglio per la messa in scena dell’opera drammaturgica dell’autore siciliano nell’ambito del Festival Pirandello, con i due atti unici Cecè e La morsa in scena a Villa Tosco a Coazze; la scelta degli spettacoli torinesi del Festival è ricaduta invece su due trasposizioni dai suoi più celebri romanzi. Dopo Il fu Mattia Pascal, è Uno nessuno centomila la seconda pièce in scena al Teatro Gobetti di Torino per festeggiare l’anniversario dei 150 anni dalla nascita di Luigi Pirandello.

Le premesse sembrerebbero le stesse: a dare voce alla paranoia comune ai romanzi è di nuovo un attore solitario, un Enrico Lo Verso a vestire i panni di Vitangelo Moscarda che si presenta tuttavia, fin da subito, più neutro e meno caratterizzato del collega a cui toccarono le vestigia di Mattia Pascal; intorno anche la scena risulta meno arredata, mostrandosi avida di dettagli che possano catturare l’attenzione.

Tutti gli occhi sono su Lo Verso/Moscarda, che si rivolge alla platea in maniera diretta, quasi echeggiando gli stilemi tipici dei cabarettisti televisivi di prima serata. Se le premesse sono quasi le stesse, rispetto al Mattia Pascal gli esiti sono leggermente diversi: l’esperimento dell’adattatrice e regista Alessandra Pizzi tenta di ridurre l’intento ossessivo del protagonista letterario di estraniarsi da se stesso e osservarsi con gli occhi degli altri riesce indubbiamente bene prendendo a prestito gli occhi degli spettatori. L’avanspettacolo di Lo Verso non si limita certo a restituire qualche risata, ma riesce nel difficile compito di “specchiarsi” nel pubblico, di dare voce a quell’ossessione tipicamente pirandelliana per l’identità.

Ma l’esperimento riesce solo in parte, perché se il monologo, la confessione, la perorazione a propria difesa di Moscarda rendono piena giustizia all’illustre omonimo del romanzo, a mancare in questa versione teatrale è probabilmente il teatro stesso. La scena è dominata da suggestive cornici di specchi, ma rimane rigida e ferma per tutta la durata della rappresentazione, la vispa parlantina di stampo televisivo non è sufficiente ad animarla a dovere; la cartina tornasole è costituita dai momenti in cui Lo Verso interagisce con il palco, ovvero anche soltanto quando si limita a spostarsi dal centro, occasioni purtroppo rare in cui riesce a esibire il suo talento drammatico.

Se si eccettuano momenti alti come questi lo schizofrenico Moscarda appare piatto e monocorde, a causa della scelta non esattamente felice di mantenere un solo e unico registro, come se fosse stato necessario limitarsi a una lettura “letterale” del romanzo pur con tutte le dovute (e necessarie) infedeltà. Non aiutano gli impianti scenici, con luci forse non abbastanza ragionate e musiche di scarsa ispirazione e dal volume troppo alto.

Lo Verso è assolutamente convincente in quanto uno, distaccato narratore che riporta la cronaca del proprio trascorso; è un verosimile nessuno, voce dell’insania esistenziale che pervade Vito Moscarda; è invece sfumata, purtroppo, l’opportunità di mettere in scena quei centomila i cui sguardi sono stati delegati agli spettatori.

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Uno nessuno centomila

Tratto da Luigi Pirandello

Adattamento e regia di Alessandra Pizzi

Con Enrico Lo Verso

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