Pino Strabioli racconta Sergio Tofano (e i cavoli a merenda)

Andato in scena nei giardini della Filarmonica di Roma

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Uno spettacolo ironicamente lieve e garbatamente onirico addolcisce la serata canicolare di questa torrida estate romana, offrendosi come un divertissement al pubblico per omaggiare il poliedrico Sergio Tofano nel centenario della creazione del Signor Bonaventura. Il fumetto, disegnato e sceneggiato da Tofano, racconta in versi le sventure del personaggio accompagnato dal fedele bassotto, che si concludevano con la vincita di “1 milione” veicolando il valore educativo che ingenuità ed onestà vengono premiati.

Per la rassegna “I solisti del teatro”, Pino Strabioli (attore, regista, giornalista) ha scritto e portato in scena uno spettacolo godibile, accompagnato alla chitarra da Dario Benedetti e contornato da burattini oggetti e ombre di Andrea Calabretta, che hanno evocato il magico mondo delle figure caricaturali e macchiette dalla forte connotazione umana che popolano le storie di nonsense e poesia scaturite dalla creatività fantasiosa del fecondo autore e disegnatore che si è anche cimentato in teatro e in televisione, attore, regista, scenografo, costumista, umorista, scrittore per bambini, disegnatore di moda e pubblicità con inesauribile eleganza ed ironia.

Pino Strabioli, con marsina e tuba rosse, racconta alcune novelle surreali tratte dall’incantevole libro per bambini “I cavoli a merenda” accanto a un siparietto di marionette e sagome. Modula la voce rendendola suadente o stralunata e chioccia tanto che, chiudendo gli occhi, sembra di sentire Paolo Poli che declama le sue filastrocche.

Ecco, allora, che parole ed immagini si compenetrano e prende corpo Checco… povero Checco che, da un pettegolezzo in versi su un’indigestione di fichi secchi, si trasforma in una canzone che tutti sussurrano. Si passa alla strana storia di Aniceto bambino muto nato da genitori e nonni italiani, spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi e russi, che viene affidato a sei istitutrici di queste lingue imparando solo a dire Mbua…mbua… finché a 15 anni si improvvisa poliglotta! Scopriamo poi che l’attaccapanni viene inventato dal sindaco di Raferonzoli (paese nel quale ognuno portava tutti i vestiti addosso non sapendo dove appenderli) traendo spunto dal bambino rimasto impigliato alle lancette dell’orologio della torre che, per salvarsi lanciandosi sui sottostanti materassi, deve sfilarsi la giacca lasciandola appesa. E sembra di vederli ondeggiare il papero bianco chiazzato di nero e quello nero chiazzato di bianco che mangiano la marmellata dell’ortolano e mettono in moto una sequenza di responsabilità e azioni giudiziarie che si rincorrono ciclicamente.

Affiorando nel finale dal mondo incantato in cui ci ha condotto la leggiadria della narrazione, Pino Strabioli conquista la sua meritata ricompensa di “1 milione” come toccante Signor Bonaventura.

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