Gli adulti restino dove sono

Una "tragedia per bambini" che sembra nascondere uno spettacolo per adulti

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Foto di Simona Barducci

La tragedia, nell’uso comune, indica un avvenimento altamente indesiderabile che ha ripercussioni malevole, perfino catastrofiche. La tragedia come genere teatrale si è invece diversamente conservata nei secoli come una drammaturgia marcatamente pedagogica: vi si racconta un avvenimento indesiderabile e catastrofico, ma non si limita al “fare spettacolo”, lo scopo ultimo è piuttosto ammonire gli spettatori circa le conseguenze che le azioni del protagonista-antieroe producono sull’avvenire.

La “tragedia per bambini” scritta da Chiara Guidi e prodotta dalla Socìetas Raffaello Sanzio mantiene l’impianto pedagogico, come ci si aspetta da una produzione per bambini. A rendere estremamente interessante l’operazione è la quantità di livelli di partecipazione che La terra dei lombrichi prevede: seguendo le premesse tecniche del “metodo errante”, coinvolgendo i partecipanti del laboratorio omonimo, lo spettacolo segue sviluppi diversi in base alle reazioni attive dei bambini partecipanti. L’onere dello spettatore appartiene esclusivamente alla categoria degli adulti, disincantati e obiettivi, il cui distacco nei confronti della drammaturgia è tuttavia destinato a dissolversi.

La scena è ospitata alla residenza per anziani Carlo Alberto di Torino: appena oltre l’ingresso, nella cornice distensiva di un cortile ricco di vegetazione, lo spettacolo prende improvvisamente forma con la comparsa di una ragazza, i cui caratteri cubitali stampanti sulla cintura (“AMORE”) definiscono inequivocabilmente la caratterizzazione. Amore, questo il solo nome attribuibile al personaggio, ha ricevuto una lettera in cui la si invita a recarsi nella terra dei lombrichi, ma sta aspettando un’amica e non vuole mancare al suo appuntamento.

Il primo cenno di coinvolgimento dei bambini si manifesta domandando loro se abbiano visto l’amica di Amore, ma per loro il vivo della partecipazione non tarda: due altri personaggi giungono dal giardino per portarli nel cortile attiguo, dove presumibilmente avrebbero ricevuto istruzioni circa gli sviluppi dello spettacolo. “Gli adulti restino dove sono”, genitori, spettatori casuali, residenti del Carlo Alberto e recensori teatrali rimangono in attesa, privati dello spettacolo che era stato promesso loro, meditando sulle circostanze. In particolare, i recensori teatrali trascorrono questi momenti di attesa riflettendo sulla particolarità del metodo errante, per cui i bambini entrano a far parte della storia modificandone gli esiti in base alla loro interazione con gli attori, giovando di un insegnamento di stampo tragico (ma non necessariamente catastrofico), mentre gli adulti non possono che attendere il vero inizio dello spettacolo.

Ecco, quando comincia davvero la rappresentazione si rivela spiazzante per qualunque adulto: finalmente accolti nel secondo cortile, la scena offre agli occhi increduli un tavolo ricolmo di stracci di stoffa, strappati con calma dai bambini che ora indossano pettorine sfoggianti caratteri quali “IRA”, “RIMORSO”, “DISAGIO” ma anche “FELICITÀ” e “GIOIA”. Si riflette sul valore delle emozioni e sulla loro esperienza, finchè da dietro un paravento le parche – le figure mitologiche che tagliano i fili della vita dei mortali – minacciano uno dei personaggi, avvisando di fare molta attenzione al filo della sua vita affinché non si spezzi, pena un viaggio senza ritorno dalla terra dei lombrichi.

Tra i tanti sentimenti che campeggiano sulle pettorine dei bambini, è il tema dell’esperienza inconoscibile della morte a rubare i riflettori della scena, palesando la rappresentazione come una vera tragedia per adulti, laddove l’indefessa partecipazione dei bambini prosegue con genuina indifferenza.

Lo spettacolo tanto atteso, quello che avrebbe visto protagonisti figli e bambini, si tinge di sgomento e si incupisce ulteriormente entrando nelle sale scenografate mirabilemente: luci soffuse illuminano corpi inermi per terra, la profondità delle stanze successive, percorsa da un nastro rosso, porta l’occhio alla conturbante presenza di un attore calzante una testa d’asino, l’apparizione della Morte stessa, annunciata dalla canonica falce, anticipa la comparsa dell’amica di Amore, il cui destino era già balenato nelle menti svezzate degli spettatori adulti.

Cosa rimane del ruolo dei bambini? La domanda che viene posta loro, “l’anima va in cielo o resta in terra?”, non trova risposta neppure tra gli astanti che bambini non sono più. Alla noncuranza della Morte per le proteste di Amore circa l’ingustizia di essere privata della sua amica i bambini reagiscono con un coraggio che agli adulti sarebbe certamente mancato, sostenendo l’idea di recarsi nella terra dei lombrichi per salvare la defunta. Il premio per la loro decisione è un lieto fine che stride con la necessità di una morale, in uno spettacolo per bambini.

Appare ormai evidente come lo spettacolo itinerante diretto da Chiara Guidi non sia una tragedia per bambini: il lieto fine che vede Amore riabbracciare la sua amica non intende demotivare la loro naturale fiducia nei confronti della vita. Sono soltanto gli adulti a riconoscere una morale sottintesa, un “eppure la falce continua a mietere vittime”, sono gli esseri umani eternamente incapaci di comprendere la morte, a prescindere dall’età anagrafica, i veri soggetti a cui la narrazione tragico-pedagogica si rivolge.

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La terra dei lombrichi. Una tragedia per bambini

ideazione e regia Chiara Guidi

assistente alla regia Chiara Savoia

con i partecipanti del laboratorio Il metodo errante

tecnica Eugenio Resta, Vito Matera

cura Stefania Lora, Elena De Pascale

produzione SOCÌETAS RAFFAELLO SANZIO

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